Il diritto/dovere di informarsi e partecipare

A tre settimane dalle elezioni, si chiede a tutti un supplemento di responsabilità e di amore per il Paese. Ai cittadini, in particolare, oltre alla partecipazione si chiede di formarsi un’opinione il più possibile consapevole, quindi informata e critica

Un tempo – speriamo che quel tempo possa tornare – le stagioni elettorali erano vissute come una festa di popolo. Si partecipava, ci si scontrava, forse con più passione di oggi, ma sempre guardando avanti. In tutti c’era la voglia di lottare per traguardi sempre più ambiziosi. Il contesto era diverso da quello attuale; aveva ancora un senso parlare di bene comune, di difesa dei valori su cui si fonda la nostra società. La Costituzione, con i suoi sacri principi – “uguaglianza e pari dignità dei cittadini davanti alla legge”- costituiva un comune denominatore per tutte le fedi politiche, pur nella diversità delle opzioni partitiche. Anche le percentuali dei partecipanti al voto erano di gran lunga più elevate di quelle attuali.
Basti pensare che dal 1948 agli inizi degli anni Novanta, si recava a votare oltre il 90% degli elettori; percentuale che scendeva intorno all’87% dagli anni Novanta, per arrivare al record negativo del 47% alle elezioni regionali del 5 novembre scorso. Alla speranza, oggi, è subentrata la preoccupazione, la paura, non solo per le tante difficoltà che le famiglie debbono affrontare, ma anche per la governabilità futura del Paese, resa incerta dalla eccessiva frammentazione delle forze politiche. Dove dirigersi? Verso il Pd, dilaniato dalle scissioni, o verso la destra divisa sui programmi o sui 5S che presentano ricette “infallibili” senza mai farsi prendere dal legittimo dubbio? Ma vi è, anche, il convincimento che difficilmente potranno essere mantenute le tante promesse che piovono da ogni parte; mentre si teme di poter perdere anche quello che finora è stato costruito. Si ha l’impressione che i partiti privilegino più quello che gli elettori vogliono sentirsi dire, che la realtà stessa. Risuonano ancora alle orecchie le parole pronunciate dal presidente dei vescovi: “Oggi sembra assistere a una campagna elettorale impostata sulle cose da abolire. Speriamo che qualcuno si ricordi anche della pars costruens”. E continua, “è immorale fare promesse che si sa di non poter mantenere e speculare sulle paure della gente”. Accade pure che agli osservatori esteri, presso i quali molti nostri leader si recano, si offrano assicurazioni circa il rispetto degli accordi europei, poi, in televisione, si parla di referendum contro l’euro o di difesa della sovranità nazionale. Forti in casa, deboli fuori casa!
C’è di più. Quando qualche politico parla con gli imprenditori difende il job act (legge sul lavoro) e l’abrogazione dell’art. 18; incontra, poi, i lavoratori e si impegna a reintrodurre l’articolo suddetto. Capita anche che nella stessa coalizione un leader dice di volere uscire dall’Euro, di essere contro i vaccini, di abolire la legge “Fornero” sulle pensioni, il job act, respingere gli immigrati; mentre l’altro leader, più moderato, dichiara tutto l’opposto. Tutti si vantano di avere il programma migliore, i candidati migliori, onestissimi e super competenti. Tutti numeri belli sulla carta; peccato che il governo del Paese sia tutt’altra cosa. L’elencazione delle contraddizioni che coinvolgono tutte le formazioni politiche, nessuna esclusa, potrebbe continuare a lungo. Tutta questa confusione rischia di scoraggiare la partecipazione di tanti cittadini ancora indecisi – circa il 35%- compresi i giovani nati nel 1999, che quest’anno per la prima volta si recheranno a votare. Anche perché, dice un comunicato dell’Acr (Azione cattolica ragazzi) rivolto ai giovani, “seppure la politica ci appare lontana dalle nostre vite, essa incide profondamente sulla nostra quotidianità, sul presente e sul futuro di ciascuno. Se non ci interessiamo, conteranno solo le scelte degli altri”. A tre settimane dalle elezioni, si chiede a tutti un supplemento di responsabilità e di amore per il Paese. Ai cittadini, in particolare, oltre alla partecipazione si chiede di formarsi un’opinione il più possibile consapevole, quindi informata e critica. Il nostro vescovo Antonio nei suoi “Orientamenti” – recentemente pubblicati – su “Tutto è politica, la politica non è tutto”, fa appello “alla coscienza di tutti, specie dei giovani” perché vi sia “un necessario risveglio di partecipazione alla vita pubblica e di corresponsabilità civica”. L’auspicio è che possa mettersi in moto un processo virtuoso che faccia fare a tutti, politici e cittadini, un salto di qualità.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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