Se la democrazia soffre ripensiamo i partiti

Le polemiche seguite alla presentazione delle candidature mostrano impietose tutti i limiti dell’attuale sistema politico. Ma non basta addossare la colpa alla legge elettorale: le responsabilità sono molto più profonde e attengono alla fisiologia stessa dei partiti.

La campagna elettorale conosce da sempre uno snodo cruciale con l’annuncio delle candidature.
Magari un tempo i toni erano più ovattati, ma nella sostanza non sono mai mancati colpi di mano, tensioni, sgambetti dell’ultimo minuto. Né è da credere che vi sia mai stato un tempo in cui la politica sia stata del tutto scevra da protagonismi, ricerca del potere, affermazione personale.
C’è però una sostanziale differenza, che anche questa convulsa fase della politica italiana aiuta a mettere in luce:

fino a non molti anni fa esistevano i partiti, nel senso di comunità di cittadini uniti – pur con tutte le sfumature possibili – da una visione condivisa della società, poggiata su valori, esperienze, idee.

Oggi, secondo il nuovo Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo, il 40 per cento dei giovani si dichiara lontano dalla politica e boccia tutte le forze in campo: una percentuale, se ci si fa caso, non dissimile da quella di chi non va più a votare.

Cosa stia comportando la sostanziale dissoluzione dei partiti credo lo si possa comprendere meglio focalizzando l’attenzione su un paio di aspetti paradigmatici.
Se esiste un partito, la campagna elettorale non è che un appuntamento di un cammino ben più lungo. Un passaggio fondamentale, certo, ma non l’unico. Che si vinca o si perda, che si sia scelti o meno, ci saranno altre occasioni.
Ma se “del doman non v’è certezza”, se i partiti nascono e muoiono in funzione dell’appuntamento elettorale al pari delle coalizioni, se i meccanismi di selezione al loro interno sono opachi, ecco che allora salire o meno sulla giostra – e avere in mano il biglietto per il posto giusto – diventa questione di vita o di morte. Anche perché ai tempi della “politica spettacolo” persino le stelle più brillanti si eclissano in fretta, oltre a nascere all’improvviso.
E questo è il secondo aspetto che meriterebbe una riflessione.

Se esiste un partito, le scelte del “capo” hanno sempre bisogno di una mediazione col territorio.
Un conto è dire che ogni forza politica ha bisogno di portare in parlamento alcuni esperti, di riconosciuta competenza anche se privi di un proprio bacino elettorale. Un conto è dire che ogni forza politica ha la necessità di selezionare una (ristretta) classe dirigente centrale. Ben altra cosa però è pensare che le candidature nascano nel chiuso di una segreteria nazionale, figlie di mille mediazioni, distribuendo un ceto politico di fedelissimi nei collegi sicuri, invece di essere innanzitutto espressione dei territori.

Guardare alle candidature, da questo punto di vista, diventa allora un’occasione per guardare allo stato di salute dei partiti, alla loro vita democratica interna, alla loro presenza e attività nei territori. E il quadro che ne esce, pur con qualche eccezione, non può che lasciare disorientati.
Possiamo lamentarci dei “capi” e delle loro scelte, possiamo criticare il Rosatellum, possiamo rimpiangere le primarie o vagheggiare elezioni telematiche. Ma, in realtà, nessun “capo” e nessun sistema elettorale garantisce da solo la scelta di una classe dirigente adeguata.

Il vero punto, è ritrovare la misura di base della politica, che restano i partiti. Con la loro articolazione sul territorio, il loro bagaglio culturale e valoriale, una storia che sia garanzia di futuro.

Non ci tragga in inganno il veloce cambiamento della società: anche in questo, l’Italia è una “infelice eccezione” nel quadro europeo.
Dalla Francia alla Germania, dalla Spagna alla Gran Bretagna, l’emergere di nuovi movimenti politici, la personalizzazione del confronto, i cambiamenti della comunicazione hanno sì trasformato ma non rovesciato il sistema dei partiti, che si presenta ovunque nella stessa forma (e con gli stessi nomi, e simboli…) di quaranta anni fa.

Qualcuno, già prefigurando un parlamento senza maggioranza, auspica una nuova assemblea costituente.
Forse, potrebbe bastare rimettere mano a quella riforma dei partiti che appare e scompare secondo convenienza dalle agende politiche: si stabiliscano norme certe riguardo la democrazia interna, l’obbligo di celebrare i congressi a ogni livello territoriale, la trasparenza dei finanziamenti, i meccanismi di scelta delle candidature, dal consiglio comunale al parlamento.

Si restituisca centralità agli iscritti, si radichi la rappresentanza al territorio, si recuperi il valore del cursus honorum per accedere alle cariche più alte. E si tenga fede alle regole, senza indicare ogni volta un’emergenza buona per svicolare.

Il sistema nel suo complesso non potrà che trarne beneficio. E se qualche grande nome – o qualche fedelissimo del capo di turno – resterà senza collegio blindato e carriera assicurata, riusciremo a farcene una ragione.

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