Il futuro della società riparta dalle coscienze

La coscienza si nutre della memoria e, al tempo stesso, la memoria ha bisogno di una coscienza desta per poter rileggere adeguatamente quello che è accaduto: coscienza e memoria si intrecciano in modo molto forte e si sostengono l’una con l’altra

“A chi interessa oggi approfondire un tema come quello della coscienza?”. La domanda, provocatoria, è stata posta da un mio confratello a un corso di aggiornamento, che si è svolto nei giorni scorsi e che aveva come tema quello della “formazione della coscienza”. Uno dei relatori ha risposto che è vero: oggi sembra che le persone “sentano solo il proprio ombelico”, cioè siano prese soprattutto dalle loro personali (o familiari) preoccupazioni e non abbiano il tempo (o la voglia) di fermarsi a riflettere sulla coscienza e sulla necessità di una sua formazione. E tuttavia – ha ribadito – l’interrogativo se è giusto o meno fare una certa cosa riemerge con forza quando una situazione “limite” viene a galla, rilanciata magari dai mezzi di comunicazione.

Basti pensare, tanto per fare qualche esempio, alle ondate di “indignazione collettiva” registrate in relazione ad episodi di abuso sulle donne o sui minori. Oppure si pensi alle reazioni di disapprovazione a seguito dei ripetuti casi di corruzione. O al dibattito che si innesca in modo acceso ogni qual volta si toccano questioni legate alla vita nascente o al fine-vita… Tutto questo indica che la coscienza è ancora sveglia: anche l’uomo di oggi si sente interpellato dalla domanda su ciò che è bene e ciò che è male e in tanti casi li sa distinguere in modo molto deciso. Se andiamo un po’ più in profondità, si deve riconoscere che tutto questo però è solo un timido germoglio. Indignarsi è l’inizio del percorso di chi vuole cambiare le cose.

L’indignazione da sola non basta e può diventare anzi vuota retorica se non è accompagnata da scelte e decisioni che diano sostanza al bene che si vuole perseguire. Ed è proprio questo processo, lungo e costituito di quotidiane scelte di vita, che la coscienza è chiamata a volere. Molto spesso ci si ferma semplicemente ad un moto di rabbia e poi si dimentica ciò che ci ha indignati. Così tutto rischia di tornare fatalmente com’era prima e quello che avevamo nitidamente riconosciuto come male finisce per ripetersi. Nella Scrittura torna spesso l’appello a ricordare.

“Ricordati – si legge nel libro del Deuteronomio – di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere…”. Quasi come se Dio volesse tenere desta la coscienza del suo popolo, risvegliando in esso la memoria di quello che ha vissuto. La coscienza si nutre della memoria e, al tempo stesso, la memoria ha bisogno di una coscienza desta per poter rileggere adeguatamente quello che è accaduto: coscienza e memoria si intrecciano in modo molto forte e si sostengono l’una con l’altra. Non è un caso che il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, sia stato proclamato “Giorno della Memoria”, per ricordare alle coscienze delle giovani generazioni (e non solo a loro) la Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebraico, “in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

Qualche giorno dopo – il 10 febbraio – si celebrerà il “Giorno del Ricordo” che ha come fine “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra”. Ma ci sarebbero anche altri tragici eventi da “ricordare” alle nostre coscienze, che hanno sconvolto il nostro recente passato. Penso al genocidio degli armeni, avvenuto all’interno dei confini dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916 per opera della propaganda nazionalista dei Giovani Turchi, il cui riconoscimento trova una durissima opposizione tra le autorità turche. Oppure l’Holodomor, cioè la terribile carestia degli anni 1929-1933 che provocò in Ucraina milioni di morti: gli studiosi con sempre maggiore chiarezza attribuiscono la responsabilità di questa strage a Stalin e alle gerarchie sovietiche. Quando sarà possibile costruire una memoria condivisa, pacata e obiettiva, che ci permetta di rileggere il nostro passato, con i suoi drammi, superando gli steccati ideologici e le divisioni di parte? La memoria e il ricordo sono necessari per tenere desta la nostra coscienza. Pertanto è lodevole lo sforzo di tanti insegnanti che si impegnano a far comprendere ai propri studenti che cosa sia accaduto in Europa nel secolo scorso. Talvolta devono fare i conti con la superficialità e la banalità che ottundono le coscienze.

Attraverso delle esperienze concrete (la coscienza si forma non solo attraverso le parole!) fanno “sbattere il naso” contro la drammaticità di queste tragedie, perché ci si renda conto di quanto è successo e non facciano breccia revisionismo e negazionismo. La questione della formazione della coscienza allora non può essere un tema per una ristretta cerchia di sacerdoti: è una questione decisiva per il futuro della nostra società. Senza una coscienza formata, l’esito sarà quello di ripetere il male del passato, lasciando trionfare l’ingiustizia, la legge del più forte e il sopruso. E questo non possiamo e non dobbiamo permetterlo.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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