Baby gang: don Incoronato (diocesi Napoli), “servono adulti credibili, ascolto, cura e attenzione”

Nel capoluogo partenopeo e in provincia si moltiplicano gli episodi di violenza che hanno per protagonisti ragazzini. Il responsabile diocesano della Pastorale giovanile chiede a tutte le agenzie educative di fare rete per mettere in campo progettualità e non chiacchiere

Hanno sfilato, in migliaia, mercoledì 17 gennaio nella periferia di Napoli per dire no alle violenze delle baby gang. Il corteo è giunto fino alla stazione della metropolitana Chiaiano, dove la settimana scorsa un ragazzo di quindici anni, Gaetano, è stato pestato da una baby gang. Gli episodi di violenza urbana che vede per protagonisti giovanissimi sono all’ordine del giorno tanto che il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha annunciato l’invio a Napoli di 100 unità destinate al controllo delle zone della movida. A don Pasquale Incoronato, responsabile del Servizio di pastorale giovanile della diocesi di Napoli, parroco della chiesa di Santa Maria del Pilar a Ercolano e impegnato, da vent’anni, con i minori a rischio con la Locanda di Emmaus, chiediamo un parere sulle baby gang.

Don Pasquale, come giudica il fenomeno?

Lo stare insieme rende forti questi ragazzi che esprimono attraverso la rabbia e soprattutto la violenza il loro disagio. Sembrano dire “io ci sono”, ma in una modalità che fa solo del male. Questo purtroppo perché i nostri ragazzi sono abituati a comunicare e farsi sentire solo in questa maniera sbagliata, che va corretta, ma che, a mio avviso, rileva una mancanza di affetto, di attenzione. Al Sud e in Italia, in generale, c’è una “parolaccia”, quasi una “bestemmia”: emergenza. C’è l’emergenza rifiuti, l’emergenza lavoro, l’emergenza criminalità, ora l’emergenza baby gang. Su questa parola si creano situazioni transitorie, ma non si pensa a una progettualità. La progettualità, invece, ha bisogno di persone appassionate, che ci credono e vogliono mettersi insieme per il bene di questi giovani. Troppa fretta, troppo nervosismo, una vita che scorre tra un impegno e l’altro ci fa dimenticare di curare i nostri ragazzi, che non sono il nostro futuro, ma il nostro oggi.

Il problema, allora, è nella mancanza di figure di riferimento?

Come diceva il teologo Bonhoeffer, bisogna essere nelle situazioni, resistere. Papa Francesco utilizza termini come abitare, accompagnare, ma questo porta fatica nella relazione, mentre l’adulto non c’è più, abita altri luoghi, dimensioni. Purtroppo, preferiamo le masse. Mancando il rapporto “a tu per tu” viene meno la capacità di stare dentro le relazioni. È un fatto culturale. Avviene anche nella politica: si parla del sesso degli angeli, non di quello che è la vita concreta con i suoi problemi. Dobbiamo trovare il coraggio di esserci anche quando non abbiamo subito frutti. Noi vorremmo tutto e subito anche nelle relazioni, ma non deve essere così.

Mancano, dunque, figure di adulti credibili.

Figure appassionate e gioiose. Oggi le persone sono annoiate, non sono più interessate a spendersi.

È cronaca di quasi tutti i giorni qualche episodio di violenza messo in atto da ragazzini. Ci sono realtà maggiormente a rischio?

La baby gang sono la punta dell’iceberg di un malessere generale giovanile. È un fenomeno che non nasce adesso, ma che peggiora sempre più. Il disagio non riguarda solo la nostra realtà, ma tutte le metropoli. Gli adulti trasferiscono già ai bambini le proprie frustrazioni e questo genera violenza in tutti gli ambienti sociali. L’assenza della figura dell’adulto è trasversale. La fragilità della cura e la mancanza del rapporto “a tu per tu” riguardano tutti. Nel mio oratorio, nella messa alla prova, ho avuto più figli di professionisti che di delinquenti.

Oltre a relazioni autentiche, è importante fare rete tra le diverse agenzie educative?

Come agenzie educative o ci rimettiamo seriamente tutti insieme o rischiamo di consegnare i ragazzi solo alla violenza, al fatto che il più forte è quello che vale veramente. Perciò, servono relazioni, ma anche sinergie, che possono essere efficaci solo se mettiamo al centro i giovani.

Dobbiamo ascoltare i giovani.

Se non si passa a un ascolto reale e concreto, facciamo solo chiacchiere. Ma i giovani così non ci ascoltano più, non sono interessati. Dunque, istituzioni, comune, scuola, parrocchie e associazioni insieme per creare tavoli di coordinamento permanenti non per parlare dei giovani, ma per dare parola ai giovani su quello che loro vogliono dire a noi adulti. Bisogna ripartire insieme con i giovani.

E nella Chiesa qual è il rapporto con i giovani?

La Chiesa e i valori di vita che la Chiesa propone, un tempo, erano in qualche modo degli ammortizzatori sociali, soprattutto al Sud. Il mio vecchio parroco diceva: “Se un ragazzo passa nelle nostre realtà e ascolta: ‘Non uccidere, non molestare, non bestemmiare’ e gli diamo questo come un valore, potrà anche non venire a messa tutte le domeniche, ma almeno si sarà confrontato con una dimensione antropologica con dei valori positivi”. Oggi facciamo fatica a intercettare giovani e adulti. Come dice Papa Francesco, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Quindi,

deve cambiare anche il nostro portare Cristo agli altri,

trovando metodi e una comunicazione diversa, basata sull’affetto, sullo stupore, sugli stili di vita, sulla testimonianza, sull’esserci. Se certe modalità educative sono ormai sorpassate, bisogna trovare nuovi modi per affascinare i ragazzi dentro questa proposta, semplicemente antropologica all’inizio. Gesù ha una proposta su come vivere l’unica vita che si ha. I giovani sono molto sensibili verso i temi dell’attenzione all’altro, del perdono, dell’accettazione del diverso, ma se noi proponiamo solo regole e norme, un linguaggio lontano da quello giovanile, li perdiamo. E sono necessarie persone che veramente credono in questa missione.

A ottobre ci sarà il Sinodo sui giovani. Ci sono iniziative in campo a Napoli?

La pastorale giovanile di Napoli sta andando nei territori per ascoltare i ragazzi. Anche il card. Crescenzio Sepe avrà degli incontri dopo che parroci e decani avranno ascoltato i giovani su quattro nuclei tematici: il rapporto con la religione; cosa significa la vocazione; esperienze personali positive o negative; il web. Abbiamo creato una commissione che tiene insieme tutte le realtà che si occupano di pastorale giovanile in diocesi per ascoltare davvero la voce dei giovani. Si è avviata una sinergia tra gli uffici di curia per avvicinare la realtà complessa napoletana, che va da Villaricca fino a Torre Annunziata, passando per i Quartieri Spagnoli e Scampia. Il primo incontro con il cardinale sarà il 19 gennaio. Durante questi appuntamenti in alcune zone, come a Scampia, partiremo proprio dai problemi del disagio giovanile, della cura educativa, della marginalità.

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