Armati e sicuri?

Torna insistente il tema delle armi come strumento di difesa, che in tanti, troppi casi diventano di offesa. E non riguarda soltanto gli abitanti delle terre oltreoceano

Non avrebbe dovuto avere armi. Ma quanti come lui non dovrebbero averne. Anzi, chi dovrebbe averne? A due giorni dalla strage in Texas, dove un uomo armato di fucile è entrato nella piccola chiesa battista di Sutherland Springs facendo fuoco sui fedeli uccidendone 26 (tra cui 12 bambini) e ferendone altri 24 di cui 10 in modo grave, si scopre che Devin Kelley aveva precedenti per violenze domestiche. L’uomo, ex militare dell’aeronautica, era stato congedato con disonore e la segnalazione della condanna gli avrebbe impedito di acquistare armi.

Una mancata comunicazione alla base di una strage? Forse. In parte. Ma, mentre nella piccola comunità texana si piangono le vittime, non si può liquidare la questione semplicemente dicendo che si è trattato di uno squilibrato, di un pazzo. E neppure soltanto indagando le ragioni per cui gli è stata venduta liberamente un’arma a lui non permessa. Torna insistente il tema delle armi come strumento di difesa, che in tanti, troppi casi diventano di offesa. E non riguarda soltanto gli abitanti delle terre oltreoceano.

La via per garantire maggiore sicurezza passa davvero attraverso una pistola? Essere armati fino ai denti ci permette di sentirci al sicuro e di difendere chi amiamo? E poi difendere da chi? Da altri che sono armati quanto o più di noi. Le indagini hanno rivelato che Kelley in fuga si è tolto la vita, e che poco prima è stato raggiunto da un colpo di pistola di un abitante della zona. Che evidentemente girava armato. Intanto nella chiesa c’erano 26 persone a terra. E il fatto che un uomo armato abbia fermato l’assassino non consola a sufficienza.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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