Terra dei fuochi: mons. Spinillo (Aversa), “mettersi in rete per dare un futuro migliore al territorio”

“Reti di periferia. Sistemi sociali virtuosi fra Terra di lavoro e Terra dei fuochi”. È il titolo di un volume che analizza come e perché, nella comunità della diocesi di Aversa, la cooperazione rappresenta un importante volano di sviluppo per le periferie cittadine. Ne parliamo con il vescovo

La crescita di un territorio è favorita dalla cooperazione tra le organizzazioni e le persone che lo abitano. Parte da questo presupposto il volume “Reti di periferia. Sistemi sociali virtuosi fra Terra di lavoro e Terra dei fuochi”, che analizza come e perché, nella comunità della diocesi di Aversa, le reti sociali rappresentano un importante volano di sviluppo per le periferie cittadine. Al vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo, chiediamo il ruolo della Chiesa in questo difficile contesto.

Nel libro la Chiesa è definita “termometro sociale sul territorio”. Qual è la sua capacità di risposta alle problematiche vissute nel territorio diocesano?

La Chiesa è in grado di cogliere tutte le dinamiche del territorio, che sono in continua evoluzione. Questo grazie alla rete capillare delle parrocchie e di fedeli riuniti in associazioni, gruppi e movimenti.

Proprio perché è una rete di esperienze sul territorio, la Chiesa riesce a trasmettere proposte e offrire possibilità di partecipazione alla vita della gente. Un nodo importante di questa rete è sicuramente la Caritas con i centri di ascolto presenti nelle parrocchie.

Quali sono le maggiori difficoltà del territorio di Aversa?
Fondamentalmente due. La prima è

l’endemica difficoltà legata alla mancanza di lavoro.

Purtroppo, ormai è entrata, direi, quasi nel nostro Dna l’idea di vivere un po’ alla giornata, di cogliere l’occasione del momento. La seconda, legata alla prima, è

la difficoltà a essere partecipi del bene comune,

da cittadini che dialogano con gli altri cittadini e con la città. Si vive molto ripiegati su se stessi, a volte affidandosi a chiunque possa in qualche modo offrire una forma di sopravvivenza.

E questo dà spazio alla criminalità?
Purtroppo sì, questo è effetto e, allo stesso tempo, causa di una presenza prepotente di gruppi che possono condizionare la vita degli altri e di un modo di vivere che si aggrappa a ciò che di volta in volta può trovare. È un po’ come andare ogni giorno a caccia.

Le reti sociali possono fare qualcosa per spezzare questo circolo vizioso?

Sicuramente. Si tratta di costituire e soprattutto di mostrare la possibilità di un percorso più virtuoso, oserei dire più degno del nostro essere umani.

Perché l’essere umano è colui che partecipa, che vive la vita comune, che coltiva un senso di appartenenza alla città in cui abita ed è, dunque, una persona che matura una sua libertà e una sua capacità di essere propositivo.

La Chiesa ha un ruolo importante per questo cambiamento di mentalità?

Certamente, ma c’è un problema. Ci sono persone che vengono da noi in cerca di lavoro, ma noi, come Chiesa, possiamo solo sostenere il loro cammino, non dare loro quella veste, che potrebbe essere più dignitosa, di chi ha uno spazio in cui poter esprimere le sue qualità e dal quale poter prendere ciò che è necessario per vivere.

D’altra parte, la Chiesa non può essere un ufficio di collocamento…

Il problema è che non ci sono altri uffici di collocamento, che funzionino come si vorrebbe. Quando le persone approdano da noi, vuol dire che hanno già tentato tutte le strade ma non hanno trovato risposte. E vengono a condividere questa difficoltà con la Chiesa.

Come si aiutano, allora, le persone?
Noi ce la mettiamo tutta nell’incoraggiare, nel sostenere, nel proporre. È chiaro che dobbiamo renderci conto che c’è un cambiamento davvero epocale. Lo dice Papa Francesco, che non è un’epoca che cambia. È proprio il cambiamento di tutto un modo di pensare, di vivere, di produrre. Quindi anche un cambiamento di impostazione dei rapporti tra gli esseri umani. Come per ogni cambiamento, noi non ne vediamo ancora precisamente la meta. In questo momento ne avvertiamo solo la fatica. E nei momenti di cambiamento, secondo me, la prima regola è la fedeltà: rimanere fedeli alla verità del proprio essere. Quindi, alla propria dignità. Perché chi, in un momento di difficoltà, svende se stesso, poi non si recupererà in un’altra forma. Allora, noi innanzitutto vogliamo aiutare le persone a essere fedeli alla propria dignità. Per questo incoraggiamo tutti a guardare un po’ oltre ciò che appare in questo momento. Per vedere quelli che potranno essere i nuovi modi della società di produrre e di lavorare.

Attraverso le reti è possibile creare sistemi sociali virtuosi anche in quella che un tempo era “Terra di lavoro” e oggi è identificata come “Terra dei fuochi”?
Questo è necessario. Spesso è capitato che le esperienze positive fossero legate all’intraprendenza, al colpo di genio di qualcuno, all’intuizione di una persona. Però c’è il rischio che rimangano, un po’ isolate. Se invece si mettono in rete, allora sicuramente una forma di presenza più efficace potrà essere di aiuto al cammino di tutta la comunità.

Nel libro si parla di “cooperosità”. Che significa?

Significa che oggi siamo chiamati a cooperare insieme, a sviluppare ogni tipo di attività nella collaborazione. Ciascuno con le sue ricchezze, le sue competenze, i suoi talenti, per essere corresponsabili di un cammino. Si tratta di cambiare mentalità. Questo vale anche all’interno della Chiesa.

Qual è l’attenzione ai giovani di una Chiesa di periferia come Aversa?
Notevole non solo in termini di impegno pastorale, ma anche di crescita del dialogo, in linea con il messaggio di Papa Francesco alla Gmg di Cracovia e con il cammino verso il Sinodo sui giovani del 2018.

Mi auguro che possa nascere anche una possibilità di sostegno a proposte e iniziative, che creativamente potranno essere messe sul campo anche da giovani.

Cosa possono fare i laici per un riscatto di queste terre?
È importante che certi nostri pensieri, proposte, intuizioni scendano nel vissuto. In questo senso stiamo insistendo sul tema che ci ha dato la Chiesa italiana per il decennio 2010-2020, “Educare alla vita buona del Vangelo”. Educare significa camminare insieme, educatore e educando, crescere insieme, guardare insieme a orizzonti più ampi. Allora, ogni laico che vive nella Chiesa ha un ruolo importantissimo, portando nelle scelte quotidiane, perfino nel tempo libero,

un fermento di vita buona del Vangelo,

per far crescere tutta quanta la realtà umana e sociale del tempo che viviamo.

Altri articoli in Territori

Territori