Le intuizioni del Toniolo per una società più giusta

Alcune intuizioni tonioliane hanno precorso i tempi, più di quelle dei professori universitari che lo ostacolarono. Una di queste fu la consapevolezza che per rendere più giusta la società non basta fare opere di bene

“La tradizione è la salvaguardia del fuoco, non la memoria delle ceneri”. Queste sono alcune delle parole del prof. Stefano Zamagni, affermato economista italiano ed esponente della cosiddetta Economia civile, che sabato scorso a Pieve di Soligo è stato insignito del “Premio Toniolo 2017”. Nel contesto della premiazione ha pronunciato una breve ma efficace lezione sulla figura di Giuseppe Toniolo, uno dei padri fondatori della dottrina sociale della Chiesa e apostolo dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII. L’economista trevigiano, ora sepolto a Pieve di Soligo, nonostante le indiscusse capacità, fu costretto a trasferirsi da Padova all’ateneo di Pisa, perché osteggiato dai luminari del suo tempo per la sua proposta di un’economia alternativa e ispirata ai principi all’etica cristiana.
Eppure alcune intuizioni tonioliane hanno precorso i tempi, più di quelle dei professori universitari che lo ostacolarono. Una di queste fu la consapevolezza che per rendere più giusta la società non basta fare opere di bene. Le opere di carità sono certamente preziose, ma è necessario agire sulle cause che producono la disparità e l’ingiustizia sociale e rimuovere quelle che Giovanni Paolo II, quasi un secolo dopo, ha definito le “strutture di peccato”. Per questo, Toniolo si adoperò per ideare delle nuove realtà, quali le casse rurali e le cooperative, al fine di trasformare dall’interno la società stessa.

Tra gli altri aspetti la prospettiva di Toniolo si distingue dalla visione comunista perché egli non considera il mercato, all’epoca fondato essenzialmente su un’economia di tipo capitalistica, come un nemico da abbattere ma come una realtà da abitare con una pluralità di soggetti: non solo le imprese di stampo capitalistico, ma anche altre forme di impresa come le cooperative, appunto, che non agiscono in vista del solo profitto economico.
E sulle cooperative Zamagni sabato sera ha sostato alquanto, sottolineando il fatto che esse non sono chiamate solo a soddisfare dei bisogni dei cittadini: questo possono farlo anche le imprese di tipo capitalistico (a volte anche meglio e con costi inferiori). Le cooperative – ha ribadito Zamagni – sono chiamate a portare “un di più” che gli altri soggetti del mercato non possono portare. Ad esempio, esse possono offrire alla società un di più in termini di democrazia, che poi si traduce in una migliore distribuzione della ricchezza e in una minore disuguaglianza sociale, che è il vero problema di oggi: “Per correggere una società, in cui i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sono sempre più ricchi, ci vuole una ‘biodiversità’ economica”. Le cooperative sono state e possono continuare ad essere una possibilità, davvero attuale, che contribuisce a salvaguardare la giustizia sociale del sistema economico di un Paese: una forma di impresa che tende a ridurre le disuguaglianze, tra le principali cause di guerre o di tensioni sociali.
“Per questo – ha detto Zamagni – dobbiamo chiederci: ‘Se Toniolo vivesse oggi, che cosa farebbe?’. Il suo messaggio è presente nelle sue opere: a noi è chiesto lo sforzo di reinterpretarlo. E alle cooperative oggi è chiesto di custodire il fuoco, non di essere memoria delle ceneri”. Per Zamagni la figura del Toniolo ci invita a riflettere su quale modello di società e quale modello di uomo vogliamo: “Quello di una certa economia è il modello dell’homo homini lupus, vale a dire considero l’altro come un lupo, un nemico. Il modello che sostiene il Toniolo, insieme agli esponenti della corrente dell’Economia civile, fondata da un abate napoletano nel 1753, considera l’altro come un naturale amico: homo homini natura amicus”. Decidersi per l’uno o per l’altro modello conduce a visioni diverse della persona, della società, del lavoro… e conseguentemente anche della vita e del modo di vivere. “La vita ci sfugge dalle mani come sabbia – ha concluso Zamagni, citando un altro monaco contemporaneo, Thomas Merton – ma sta a noi scegliere che ci sfugga come sabbia che cade per terra e resta sterile oppure come semente che poi germoglia e porta frutto”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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