Gioco d’azzardo: Caritas di Tricarico, il “Pozzo di Sicar” per un accompagnamento a 360 gradi

In provincia di Matera, dove si registra forte il disagio delle famiglie per l'aumento della ludopatia, la Chiesa locale ha messo in campo un Centro di ascolto, una casa di accoglienza e una squadra di calcio per combattere il fenomeno.

Offrire una risposta ecclesiale competente, organica e sistematica al problema delle dipendenze, in particolare alla piaga del gioco d’azzardo, che si ripercuote non solo sull’ambito economico delle famiglie, ma anche su quello psichico e relazionale. È l’obiettivo che si è prefissata la Caritas diocesana di Tricarico (Mt) in risposta alla “ludopatia, che sta diventando un fenomeno sempre più preoccupante con forti e gravi ripercussioni anche sulla salute e sui sistemi sanitari regionali”, spiega il direttore della Caritas diocesana, don Giuseppe Molfese. “Nel 2015 – prosegue – in Basilicata si è rivolto ai Serd per dipendenze da gioco d’azzardo patologico quasi il 6% della popolazione, di cui il 40% ha il diploma di scuola media inferiore, il 34% il diploma di scuola media superiore e il 4% è in possesso di laurea. Inoltre, allarma il diffondersi del gioco d’azzardo patologico (Gap) tra gli anziani”. La Caritas ha dato vita a un Centro di ascolto specifico denominato “Pozzo di Sicar”, con l’intento di dare una risposta ecclesiale e sociale più incisiva al fenomeno delle dipendenze, “in un’ottica di promozione umana e di evangelizzazione, ponendo particolare attenzione alle famiglie interessate, creando una rete di sostegno e pianificando strategie di prevenzione e di accompagnamento”.

Il Gap colpisce le famiglie. Il diffondersi del fenomeno è venuto alla luce attraverso l’attività dei centri di ascolto diocesani e parrocchiali, con richieste di aiuto per indebitamento legato al gioco d’azzardo. “L’aumento delle vittime del Gap – fa notare il sacerdote – in maniera trasversale incide negativamente anche sulla stabilità dei nuclei familiari. Questa analisi iniziale ci ha portato a proporre sul territorio innanzitutto un’attività di sensibilizzazione per contrastare questa piaga. Nel primo anno del progetto, il 2013, abbiamo attivato, in accordo con il Serd di Matera e gli enti presenti sul territorio, un corso di formazione sull’ascolto e sulla capacità di individuazione e presa in carico delle patologie legate al Gap”. I numeri sono allarmanti: “Il numero verde del nostro Centro d’ascolto Pozzo di Sicar – 800090002 – ha raccolto nell’ultimo anno oltre 400 richieste di aiuto e informazione: oltre 40 sono seguiti dai nostri centri di ascolto e 5 sono stai accolti in struttura per il percorso terapeutico residenziale. A chiamarci di solito sono, però, i familiari e gli amici, non i diretti interessati. Proprio perché non c’è una presa di coscienza da parte delle vittime, non sempre una richiesta al numero verde si traduce in accompagnamento, ma da quando abbiamo iniziato, ci siamo riusciti con oltre duecento persone”. Un numero considerevole dato che la popolazione diocesana è di 35mila abitanti: “Il progetto si rivolge, in realtà, a quasi tutta la regione, perché il fenomeno è diffuso anche nelle zone limitrofe, dove non vi sono centri d’ascolto e terapeutici. Perciò, abbiamo ospiti di altre diocesi nella struttura residenziale per la cura del Gap che abbiamo aperto lo scorso anno a Garaguso Scalo, la Casa di Sicar, che può accogliere al massimo otto persone, perché è incentrata sui gruppi di auto e mutuo aiuto e sulle terapie di gruppo”. Le persone sono accompagnate da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, medici, assistenti sociali, educatori, volontari. Per ognuno “è previsto un percorso personale e comunitario, che può durare da un minimo di sei a un massimo di diciotto mesi e contempla tre tappe: la presa di coscienza, la partecipazione a gruppi di auto e mutuo aiuto, il reinserimento in famiglia, se possibile”. Sono organizzati anche laboratori e orti sociali, “attività che aiutano le persone a vivere nella struttura senza sentirsi fuori dal mondo”. Anche le famiglie sono coinvolte nel percorso.

Un aiuto ai giovani. Il Gap riguarda sempre più anche i ragazzi, “perché in queste zone non ci sono luoghi e iniziative di aggregazione che li aiutino a uscire dall’isolamento – osserva don Giuseppe -. Per i giovani si tratta soprattutto di giochi e scommesse on line. Perciò, sempre nell’ambito del progetto, abbiamo creato una scuola di calcio, chiamata ‘Pozzo di Sicar’, per aggregare i giovani e aiutarli a comprendere i rischi delle dipendenze in genere, non solo di quella da azzardo. Abbiamo così creato nel territorio un’opportunità per i ragazzi di uscire dall’isolamento e confrontarsi”. Ora il progetto è a una svolta importante: “Da gennaio il Gap è stato inserito nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). L’auspicio è che ci siano maggiori contributi per offrire un servizio migliore.

Finora è stato possibile aiutare le persone con problemi di dipendenza grazie alla Caritas italiana.

Le Regioni purtroppo si appellano ai fondi già destinati. E per il gioco d’azzardo non ce n’erano”.

Accompagnamento a 360 gradi. Nell’anno pastorale appena iniziato, “la Caritas vuole mettere al centro la famiglia con un accompagnamento a 360 gradi. Attraverso due canali: uno di catechesi legato allo stile della famiglia; l’altro di testimonianza perché ci rendiamo conto che siamo di fronte ai cosiddetti lontani”. Come? “Facendo in modo che le famiglie, che hanno vissuto queste difficoltà o che hanno aiutato chi le viveva, possano raccontarsi, affinché si possa crescere e trovare aiuto. Dunque, vogliamo mettere la famiglia al centro del nostro percorso, perché abbiamo sperimentato sul campo che, quando la famiglia prende consapevolezza e si coinvolge interamente nel progetto di accompagnamento, i risultati sono migliori”.

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