Il valore del cibo

L’esempio più significativo e simbolico del valore del cibo è l’opera stessa di Gesù che non disdegnava di sedersi a tavola non certo per degustare le portate che gli venivano poste innanzi ma per entrare in relazione con le persone che incontrava e manifestare la sua vicinanza e amicizia. Al culmine della sua vita ha voluto sancire definitivamente il rapporto con i suoi discepoli attraverso una Cena che ha chiesto di ripetere quale segno sacramentale della sua presenza in mezzo ai suoi

Estate, tempo di vacanze e di relax. Magari ci si è preparati con qualche dieta e un po’ di sport per non sfigurare in spiaggia; ma la vacanza è anche il tempo per fare qualche strappo alla dieta e assaporare le delizie culinarie che la tradizione della cucina italiana offre nella sua grande varietà regionale. Pensando al rapporto tra gli italiani e il cibo mi sembra di notare in questi ultimi anni un notevole cambiamento. Lo deduco dalla infinità di trasmissioni televisive che si occupano di cucina: a qualsiasi ora del giorno troviamo chef e maestri che propongono piatti e sciorinano consigli, magari inventando nuovi piatti e guidando delle vere e proprie scuole con tanto di alunni, voti e relative gare. D’altronde la diffusione sempre più capillare delle scuole alberghiere ne è la prova provata che dimostra la crescente consapevolezza che la cucina italiana è una grande risorsa economica per il crescente turismo eno-gastronomico che sta dando nuove possibilità di impiego per i giovani.
Tuttavia mi sovvengono alcune riflessioni. Nell’arte medievale era rarissimo conoscere l’autore di una architettura o di un’opera pittorica in quanto opera collettiva nella quale si identificava tutta la comunità. Ad un certo punto però cominciano a nascere i maestri nei diversi campi delle arti e nasce la firma dell’opera. Essa così comincia ad esprimere lo stile e la personalità di un artista. È la nascita dell’individualismo e dello sfruttamento in chiave economica del talento dell’autore. Lo stesso mi sembra si possa applicare nel nostro campo. Mentre la cucina ha espresso finora l’indole di un popolo e le tante cucine sono l’espressione di una cultura popolare regionale, con la nascita dei maestri e delle scuole di cucina tutto si enfatizza, si individualizza e diventa business.
Ma c’è un aspetto, che chiamerei antropologico, da evidenziare. Da sempre, in tutte le culture, il cibo non è mai stato fine a se stesso. Non è mai stato l’aspetto primario l’oggettività del piatto. Esso è soprattutto l’occasione per socializzare, per stringere amicizie, per manifestare accoglienza. Raccolti intorno alla tavola gli uomini hanno sempre espresso la loro voglia di condividere piuttosto le idee, le decisioni, l’amicizia che la degustazione delle pietanze. La perdita di questo valore è espressa oggi dallo street food e dalla consumazione di un pasto veloce e solitario tanto diffuso soprattutto nelle grandi città.
L’esempio più significativo e simbolico del valore del cibo è l’opera stessa di Gesù che non disdegnava di sedersi a tavola non certo per degustare le portate che gli venivano poste innanzi ma per entrare in relazione con le persone che incontrava e manifestare la sua vicinanza e amicizia. Al culmine della sua vita ha voluto sancire definitivamente il rapporto con i suoi discepoli attraverso una Cena che ha chiesto di ripetere quale segno sacramentale della sua presenza in mezzo ai suoi. Non c’è stato alcun maestro di cucina che ha spiegato ai discepoli le qualità organolettiche di quel pane o ha invitato un qualche sommelier a decantare le qualità di quel vino. Ha evidenziato piuttosto il senso di quel cibo quale legame per esprimere una comunione che unisce l’uomo al cielo.
Vada dunque per le scuole, il business, le opportunità di lavoro ma, per favore, non dimentichiamo, magari davanti ad un bel piatto di carbonara, di far crescere attorno alla tavola la nostra fraternità e amicizia.

(*) direttore “Settegiorni dagli Erei al Golfo” (Piazza Armerina)

Altri articoli in Territori

Territori