Dopo i veleni della discarica di Bussi, si riparte dal polo chimico. Mons. Spina: “Uno spiraglio di luce, ma i responsabili del danno bonifichino i terreni”

Con l'acquisizione del polo chimico che apparteneva alla Solvay da parte del gruppo industriale facente capo all’imprenditore Donato Todisco, è iniziato un percorso di rilancio occupazionale. Previsti investimenti per 50 milioni di euro e il raddoppio del personale. La denuncia del vescovo di Sulmona-Valva: "Abbiamo bisogno di lavorare"

Si torna a lavorare nella discarica dei veleni di Bussi, considerata il più grande immondezzaio d’Italia e forse d’Europa. A qualche mese dalla sentenza della Corte d’assise d’appello dell’Aquila, che nel febbraio scorso aveva riconosciuto l’avvelenamento colposo delle acque e condannato 10 dei 19 imputati con pene condonate perché i fatti sono tutti antecedenti al 2 maggio 2006, il polo chimico che apparteneva alla Solvay rilancia la propria presenza nel mercato del cloro e derivati grazie all’acquisizione da parte del gruppo industriale facente capo all’imprenditore Donato Todisco. “È stato avviato un processo di industrializzazione che crescerà negli anni. Todisco si è impegnato a investire risorse importanti per il mantenimento in essere di quello che già esiste, e per lo sviluppo di nuove attività. In un luogo che sembrava destinato all’abbandono, il segnale è positivo” spiega il vescovo di Sulmona-Valva, mons. Angelo Spina.

Bonifica e lavoro. Era la primavera del 2007 quando gli agenti del Corpo Forestale di Pescara scoprivano la discarica abusiva di rifiuti tossici sepolta tra il verde della Valle del Tirino, a una ventina di metri dal fiume Pescara. Oltre 185mila metri cubi di inquinanti – cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti – dispersi in un’area di circa 40mila metri quadri. Poi l’emersione di altre discariche, di cui una poco più a monte del polo industriale:

“Dove c’è la mega discarica non si sta facendo niente, tutto il materiale è coperto da teli idrorepellenti.

Più in alto della fabbrica – racconta il vescovo -, è stato intrapreso un procedimento per la messa in sicurezza affinché tutto quello spazio possa essere in futuro re-industrializzato. I terreni buoni, invece, dovrebbero passare in carico al Comune per un loro nuovo impiego”. Il danno ambientale ha colpito gli abitanti di un territorio già provato dalla disoccupazione: “Soffriamo un trauma per la mancanza di lavoro. L’inquinamento ha bloccato tutto: alcune aziende hanno disinvestito, mettendo a terra tante famiglie che non sanno più come andare avanti. Le persone chiedono due cose: la bonifica per garantire la salute e il rispetto dell’ambiente, perché il creato va protetto e custodito; il rilancio dell’occupazione, investendo in nuove tecnologie meno inquinanti. Abbiamo bisogno di lavorare. Papa Francesco dice che se all’uomo manca il lavoro, non ha più la dignità. Il lavoro non dà soltanto il pane da vivere”.

Investimento da 50 milioni di euro. Sulle responsabilità penali, mons. Spina è chiaro: “Il danno è stato fatto e la giustizia ha il dovere di accertare le responsabilità. Non siamo giustizialisti, non tagliamo le teste. Ma avere misericordia non equivale a dire ‘Vogliamoci bene, tutto è passato’. Significa impegnarsi per ripartire da dove si è compiuto il male, riparando al danno compiuto con un’opera di bonifica”. Quanto agli investimenti per il rilancio del polo chimico, il vescovo parla di “una manna dal cielo per i nostri concittadini che soffrono terribilmente”:

“Adesso in fondo al tunnel si vede uno spiraglio di luce. Prima avevamo soltanto il disastro ambientale, la chiusura delle attività, la mancanza di prospettive. Oggi ci sono investimenti significativi, e questo è buono. Non bisogna illudersi, ma impegnarsi”.

Dal canto suo Donato Todisco, che prima di fondare un gruppo che oggi è presente in Italia con 3 stabilimenti e 450 dipendenti ha lavorato in Solvay per 20 anni, assicura che la fabbrica di Bussi, “se tutto andrà bene, raddoppierà il fatturato in 24 mesi con l’assunzione di 30 o 40 persone”. Un raddoppio del personale per una struttura che ha rischiato di chiudere definitivamente: “Quando sono andato a Bruxelles per trattare l’acquisizione, ho avuto certezza che la chiusura totale dell’impianto sarebbe avvenuta il 31 dicembre 2016. Una prospettiva del genere avrebbe avuto come conseguenze immediate il licenziamento di tutti i dipendenti e l’inquinamento fuori controllo. Per carità – ammette Todisco -, non siamo intervenuti per filantropia. Lo abbiamo fatto perché ci vediamo del business. Ma prima di fare affari ci vogliono investimenti forti, i profitti arriveranno forse nel 2020”. L’investimento per lo stabilimento di Bussi ammonterà complessivamente a circa 50 milioni di euro: “Credo nella chimica – conclude l’imprenditore -, e la produzione in Italia non riesce ancora a tenere il passo di una richiesta di consumo elevata”.

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