Banche venete: le Popolari oltre la crisi grazie a Roma

Va ripensato il modello economico e sociale, per anni simboleggiato dalla cosiddetta banca del territorio. In tale prospettiva occorre una seria autocritica, la capacità di rilanciare e rinforzare i tanti rapporti sani che hanno fatto del nostro territorio quello che è, la voglia di elaborare un nuovo pensiero economico, sociale, politico. In questo ciascuno è chiamato a fare la propria parte: le istituzioni, le categorie produttive e i tanti attori sociali. Anche la comunità cristiana non potrà non dare il proprio contributo di idee, pensiero e azione

Per una volta il Veneto deve ringraziare Roma e Bruxelles. E questo proprio alla vigilia di un referendum con il quale si vuole chiedere più autonomia da Roma.
Con un intervento di circa 5,2 miliardi (e una serie di altre garanzie concrete) il Governo Gentiloni ha reso, infatti, possibile da parte di Banca Intesa, l’acquisto, per la cifra simbolica di un euro, di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Questa decisione dovrebbe permettere di girare pagina rispetto al dissesto dei due istituti veneti e di dare un nuovo futuro alle due banche che entrano a far parte (solo la parte sana) di Intesa San Paolo. Si conclude così, tecnicamente, il tracollo (esploso in tutta la sua drammaticità a inizio 2016) di due degli istituti considerati fino a pochi mesi prima dei fiori all’occhiello della finanza italiana.

Da quando si è scoperto il gioco sporco ed è deflagrata la crisi sono state tentate diverse strade per salvare il salvabile (correntisti, dipendenti, filiali) senza, però, arrivare a una soluzione percorribile. Alla fine il decreto approvato dal Governo ha dato la risposta, con ogni probabilità, la meno onerosa per lo Stato e che dà più garanzie per il futuro, pur rimanendo non poche incognite specie con riferimento al personale e alla possibilità di accesso al credito da parte delle aziende venete.

La soluzione offre, peraltro, numerosi spunti di riflessione.

A livello europeo e italiano. Il Governo ha potuto procedere grazie all’ok di Bruxelles ad andare, di fatto, contro le stesse regole Ue. È l’ammissione che c’è qualcosa da rivedere nel governo del sistema bancario dell’Unione. La soluzione è stata possibile anche perché nessuno poteva permettersi il rischio di una nuova crisi di sistema proprio quando la ripresa si sta rafforzando.

Per l’Italia, ora, la sfida è fare in modo che disastri del genere non possano più avvenire e che chi ha sbagliato (in modo consapevole e fraudolento) alla fine paghi davvero. Un impegno particolare va posto nella tutela dei posti di lavoro, per non aggiungere tragedia a tragedia.

A livello vicentino e veneto. Va ripensato il modello economico e sociale, per anni simboleggiato dalla cosiddetta banca del territorio.

In tale prospettiva occorre una seria autocritica, la capacità di rilanciare e rinforzare i tanti rapporti sani che hanno fatto del nostro territorio quello che è, la voglia di elaborare un nuovo pensiero economico, sociale, politico.

In questo ciascuno è chiamato a fare la propria parte: le istituzioni, le categorie produttive e i tanti attori sociali. Anche la comunità cristiana non potrà non dare il proprio contributo di idee, pensiero e azione.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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