‘Ndrangheta: un baciamano che denuncia l’esistenza di una cultura mafiosa

Ricostruire la Calabria dalle sue fondamenta richiede la cura di un tumore che con le sue metastasi, come ha scritto un giornalista in questi giorni, ha infettato tante componenti sociali. Dobbiamo alzare l’argine del disaccordo, quello delle vie educative, della forza della libertà contro chi pensa di farci paura o di sottomettere questa terra e tenerla in pugno anche quando è condotto verso la prigione

Ancora un’immagine desolante della Calabria che fa il giro del mondo, dopo inchini ed elicotteri, ora il boss di San Luca è salutato durante l’arresto con il baciamano dei vicini. Sottomissione al potente di turno, riconoscimento di un’autorità di fronte ai servitori dello Stato che per anni hanno cercato il superlatitante, un’umiliazione a quei carabinieri che sono il presidio di legalità e di lotta alle mafiosità e alle culture ‘ndranghetiste. Un’umiliazione a quello Stato che ha vinto questa piccola battaglia.

Questa è la Calabria peggiore, la Calabria che copre con la sua omertà e la sua complicità il malaffare, l’illegalità e i soprusi.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, non dobbiamo vergognarci di denunciare che ancora esistono queste cose. In questa terra bisogna annunciare ancora con forza il Vangelo di liberazione, quella liberazione da ogni sottomissione.

Non ci stiamo e vogliamo continuare a gridare con Papa Francesco e con i vescovi calabresi che la ‘ndrangheta è l’anti-Vangelo,

è quella piaga sociale, quella piovra che avvinghia le strutture sane e tenta di strozzarle, è la diabolica bestia dalle multiformi trasformazioni, che inietta il veleno dell’antistato e dei disvalori. Se non possiamo accettare inchini e sfoggio di strapotere, tanto meno possiamo accettare baciamano che non lasciano spazio ad equivoci o interpretazioni.

Ricostruire la Calabria dalle sue fondamenta richiede la cura di un tumore che con le sue metastasi, come ha scritto un giornalista in questi giorni, ha infettato tante componenti sociali. Dobbiamo alzare l’argine del disaccordo, quello delle vie educative, della forza della libertà contro chi pensa di farci paura o di sottomettere questa terra e tenerla in pugno anche quando è condotto verso la prigione.

Sono gesti che lasciano lo sconforto nel cuore ma bisogna ricordare che silenziosamente sta crescendo, e dobbiamo permetterle di crescere, una foresta di uomini e donne, con la schiena dritta, che sanno indignarsi e non vogliono che la loro terra, la bella Calabria, sia sporcata da questi uomini delle mafie; anche quando sono braccati qualcuno riconosce loro ancora l’autorità.

La forza del latitante sta in questa complicità in questa rete di protezione che difficilmente si scalfisce. La forza dello Stato invece sta nella vita di uomini e donne che sanno dire ogni giorno il fermo “no” alla mafia e ad ogni cultura di mafiosità che pervade il tessuto sociale. Urge allora quell’alleanza di bene, tra istituzioni e cittadini, per togliere l’ossigeno a questa terribile pianta del malaffare e della criminalità.

(*) direttore “Parola di Vita” (Cosenza-Bisignano)

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