Padre Riccardo Lombardi: mons. Russo (Cei), “la sua vita una parola profetica per la Chiesa e il mondo contemporaneo”

“Lungo i secoli il Signore ha suscitato persone, esperienze, carismi che sono stati necessari per scuotere la Chiesa da una sorta di ‘torpore’ in cui di volta in volta rischiava di cadere, uomini e donne che, rimettendo al centro Cristo, hanno generato una spinta riformatrice nella Chiesa, apportando grandi benefici per la società e la stessa vita delle persone”. È uno dei passaggi dell’omelia pronunciata oggi da mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, durante la S. Messa a 40 anni dalla morte di padre Riccardo Lombardi, gesuita, predicatore straordinario e protagonista di una delle pagine più dense della storia della Chiesa (e non solo) della seconda metà del XX secolo. “Non facciamo fatica – ha detto mons. Russo – ad accostare le parole scritte da padre Lombardi a quelle di Papa Francesco, al suo magistero vivente, a quell’immagine di una ‘Chiesa in uscita’, che con la propria vita sappia farsi segno e strumento della sequela di Cristo, capace di un cammino di liberazione e di umanizzazione fra tutti i popoli”. Infatti, “padre Riccardo è una di quelle persone la cui vita rappresenta una parola profetica per la Chiesa e per il mondo contemporaneo”.
Il segretario generale ha poi sottolineato un altro aspetto dell’esperienza di Padre Lombardi: la spiritualità di comunione, sotto il profilo teologico e pastorale. Citando le parole scritte dallo stesso padre Lombardi nel 1965, alla vigilia della conclusione dei lavori del Concilio Vaticano II: “Siamo stati troppo soli, siamo stati santi da soli, ma da soli non si può essere santi. Non si può essere cristiani se non siamo comunità” (Per un post-Concilio Efficace, 1965, p. 29), mons. Russo ha ribadito che le stesse risuonano oggi come “parole quanto mai attuali. In un tempo in cui, a fronte delle enormi possibilità tecnologiche che ci squadernano davanti il mondo – ha aggiunto – , costatiamo l’emergere da più parti di spinte individualistiche, di chiusure in comunità rassicuranti, in gusci protettivi, che sembrano rafforzarsi soltanto davanti all’individuazione di una minaccia, di un pericolo, di un nemico”. “A volte – ha concluso – si ha l’impressione di una società malata di una sorta di ‘scoliosi antropocentrica’, fatta di individui con lo sguardo ripiegato su se stessi, sui propri interessi, su orizzonti angusti ed effimeri”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Italia