Whirlpool a Giugliano: mons. Spinillo (Aversa), “chi lavora in queste fabbriche non è tenuto in considerazione”

“Sono logiche di mercato, per cui le aziende decidono secondo il proprio interesse, lo sviluppo delle proprie attività. Una logica perversa, che purtroppo ricade su chi lavora in queste fabbriche, che non è tenuto in considerazione. Uomini e donne considerati semplici strumenti di un sistema produttivo, e quando la cosa non sembra essere più utile vengono trattati alla stregua di quelli che Papa Francesco chiama ‘gli scarti’, messi da parte e basta”. È mons. Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, a riflettere con il Sir sulla situazione di tensione che stanno vivendo i lavoratori della sede Whirlpool di Giugliano, in Campania. Ieri infatti, dopo una nuova riunione presso il Ministero dello sviluppo economico, l’azienda di elettrodomestici ha annunciato la vendita del sito di via Argine a Napoli, con 420 lavoratori, alla società Passive Refrigeration Solutions (Prs), attiva nel campo della produzione e vendita di container refrigerati. Una decisione, arrivata dopo 4 mesi di confronto, e che era nell’aria da tempo anche se il governo aveva provato a disinnescarla. Immediata la protesta dei lavoratori che oggi hanno manifestato, fino a bloccare l’autostrada A3 in entrambe le direzioni. E hanno assicurato che la protesta andrà avanti. “I vertici della Whirlpool – prosegue mons. Spinillo – hanno dichiarato che non saranno persi posti di lavoro. I nuovi proprietari infatti, pur cambiando completamente la destinazione della fabbrica, avrebbero rassicurato tutti sulla conferma delle maestranze lavoro. Ma gli operai – aggiunge – temono invece che questo stravolgimento farà saltare non pochi posti di lavoro”. Una situazione che tiene in apprensione tutta la popolazione locale e che ricorda quanto già accaduto non molti anni fa quando sempre la Whirlpool chiuse un altro stabilimento che pure produceva lavatrici proprio nei pressi di Aversa. “Anche in quel caso si tentò la delocalizzazione ma senza successo, e dopo pochi mesi si arrivò alla chiusura definitiva. Oggi – spiega il vescovo -, di quegli operai lavora solo la metà. Lo stabilimento infatti si è trasformato in un centro di logistica”.

“Capisco la fatica di chi fa imprenditoria ed è chiamato, di volta in volta, a pensare, immaginare, creare cose nuove”, ma non è con “un braccio di ferro tra chi ha più potere e chi ne ha meno che si trova la strada per uscire dalla crisi”. Secondo il presule, “bisognerebbe essere tutti quanti coinvolti in una sorta di collaborazione” finalizzata al bene comune. “Di fronte a un territorio che ha assistito a diverse mutazioni, in pochi decenni e in maniera molto rapida – conclude mons. Spinillo – forse bisogna domandarsi che cosa può essere il nuovo. Prima l’agricoltura era la forza di questa terra, poi è arrivata l’industria e molti dei terreni più produttivi sono stati sacrificati per impiantare industrie, perché sembrava fosse il nuovo di questa terra. Era la proiezione verso il futuro. Oggi che anche l’industria chiude e va via, ci chiediamo quale sarà il nuovo. Questo tema dovrebbe coinvolgerci tutti in una riflessione seria e in un dialogo aperto e permetterci così di elaborare proposte sulla realtà produttiva di questa terra per il futuro”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Riepilogo