Scuola: vescovi di Fano, Pesaro e Urbino, “è ancora importante per l’educazione e la crescita dei giovani?”

“La scuola può ancora costituire per le nuove generazioni un punto importante per la loro crescita?”. È l’interrogativo che pongono mons. Armando Trasarti, vescovo di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, mons. Piero Coccia, arcivescovo di Pesaro, mons. Giovanni Tani, arcivescovo di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, nel loro messaggio per l’inizio delle lezioni, ricordando il dubbio, diffuso oggi, che “la scuola abbia perduto la possibilità di educare”. “Occorre restituire dignità e onorabilità al personale dirigente e docente, allargare gli spazi della loro autonomia per liberarli dall’ingessatura della burocrazia e dall’immobilismo; aprire porte e finestre al contributo della società civile per rivitalizzare metodi didattici, contenuti disciplinari, profili professionali, prospettive culturali; assumere la qualità come criterio e paradigma di riferimento per l’assunzione, gestione e valutazione del personale, per la definizione del servizio erogato agli studenti; assegnare un budget proporzionato ai crescenti compiti che si vanno chiedendo alla scuola; diffondere le nuove tecnologie didattiche digitali; garantire la sicurezza delle strutture edilizie”: sono i suggerimenti dei tre presuli, per i quali “educare è un atto d’amore, è dare vita”. I vescovi offrono un identikit dell’educatore: “Deve essere anzitutto molto competente, qualificato e al tempo stesso ricco di umanità, capace di stare in mezzo ai giovani con stile pedagogico, per promuovere la loro crescita umana e spirituale. I giovani oggi hanno bisogno di qualità dell’insegnamento e insieme di valori, non solo enunciati, ma testimoniati. La coerenza è un fattore indispensabile nell’educazione dei giovani. Coerenza! Non si può far crescere, non si può educare senza coerenza”.
Rispetto alla “non facile convivenza di culture diverse”, che “sfocia, talvolta, in forme conflittuali”, mons. Trasarti, mons. Coccia e mons. Tani evidenziano che “l’educazione è chiamata in causa, perché le si chiede di offrire un contributo essenziale alla formazione di ‘nuovi’ cittadini, capaci non solo di convivere nella diversità, ma di costruire insieme un mondo migliore, anche grazie al peculiare contributo che ciascuna cultura può apportare”.
Di qui un invito a “respingere la tentazione di considerare la scuola una azienda o una impresa” per dedicarsi “alla cura della costruzione di una comunità nella quale si diffonda la cultura del dialogo, dell’incontro, del reciproco riconoscimento fra diverse culture, promuovendo dentro e fuori la scuola tutte le collaborazioni possibili e utili a realizzare l’intercultura”.

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