Diocesi: mons. Lambiasi (Rimini), “don Mauro Evangelisti è stato letteralmente un prete santo”

“Siamo certi che don Mauro è stato più che un santo prete. È stato letteralmente un prete santo”. Lo ha affermato il vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, nell’omelia che ha pronunciato nel corso dei funerali di don Mauro Evangelisti, morto nella serata di lunedì 15 luglio dopo una lunga malattia. Era da anni affetto da Sla. “I vangeli canonici sono quattro – secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni – ma non è affatto né eretico né errato parlare di un ‘quinto vangelo’”, ha osservato il vescovo, riferendosi a “quel vangelo scritto con il sangue dei martiri, con il sudore dei pastori, con l’audacia dei profeti, con la sapienza dei maestri, con l’umile splendore della ‘santità della porta accanto’”. Per mons. Lambiasi, tutta la vita di don Evangelisti “è stata una vera pagina di questo quinto vangelo che i cristiani continuano a scrivere con la loro vita”. “Don Mauro – ha proseguito – ha scritto pochissimo, e negli ultimi aveva completamente perso l’uso della parola. Ormai non parlava più con le labbra, ma si era fatto lui stesso parola di vita”. In questi giorni sono venuti alla luce due suoi scritti: una lettera di commiato alla sua comunità di Miramare dell’agosto 2003, letta ieri sera nella veglia di preghiera a Montetauro e consegnata in copia a tutti i sacerdoti al termine dei funerali, e una testimonianza data da don Evangelisti, con il puntatore oculare, ai giovani dei gruppi vocazionali “Ester” e “Samuele”, che risale agli anni 2013-2015. Nel testo, letto da mons. Lambiasi, il sacerdote ripercorre la “chiamata del Signore nella mia vita” e parla dell’“imprevisto della malattia”: “Io – rivelava don Evangelisti – non ho mai pensato che la malattia mi sia stata mandata dal Signore, perché Gesù guarisce i malati e manda anche gli apostoli a fare la stessa cosa. Però Gesù ha preso su di sé le nostre sofferenze e ha chiesto a tutti di portare la propria croce ogni giorno. Croce non significa solo malattia, ma anche la fatica del lavoro o dello studio, quella di prendersi le responsabilità del proprio stato di vita e in generale l’impegno per costruire il Regno di Dio”. “Portare la croce della malattia è solo una delle possibilità, ma se non c’è questa ce n’è un’altra. Senza croce – il monito – non c’è vita cristiana. Però il cristiano porta la croce per vincere il male e per realizzare la Pasqua, cioè la pienezza della vita”.

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