Migranti: p. Fares (La Civiltà Cattolica), “in Europa si sono induriti i cuori e le orecchie”

“Almeno qui in Europa le orecchie si sono indurite. Il ferito sul bordo della strada – si dice – deve essere ben distinto: se sono veri ‘rifugiati’ perché il loro Paese è in guerra, o se sono ‘migranti economici’. E quelli che li avvicinano con le loro navi devono vedere bene chi li finanzia e se non sono complici dei trafficanti di persone”. Lo scrive padre Diego Fares, scrittore de “La Civiltà Cattolica”, in un commento alla parabola del buon samaritano. “Anche l’ospitalità è in discussione, i porti dove queste persone possono arrivare. Il buon samaritano ora suona come ‘buonista’. Una gentilezza che non rispetta la legge e non è attuabile politicamente o economicamente”. Ricordando uno slogan comunemente diffuso (“aiutiamoli a casa loro”), il gesuita segnala che “si è creato un clima in cui le persone sentono che se si aiuta un migrante si sta portando via l’aiuto a loro”. “Ciò che si percepisce è un indurimento di cuori”. Ricordando la vicenda del capitano tedesco della “Sea Watch 3”, Carola Rackete, p. Fares pone una domanda: “È una ‘buona samaritana moderna’ o è una ragazza benestante, ricca e privilegiata, che fa politica con la pelle dei migranti e infrange le leggi di altri paesi che non sono i suoi con il pretesto di fare beneficenza?”. E invita a guardare da una prospettiva di fede al fenomeno migratorio. “Gesù fa appello alla fede, alle persone che si mettono in gioco per fede e non per calcolo, per fede nelle persone e non per interesse personale”. Quindi, ieri come oggi per leggere bene la parabola, l’invito di p. Fares a “procedere come il buon samaritano, non solo per aiutare i feriti, ma per avere un cuore come quello del samaritano”. Una capacità – è quella auspicata – di riconoscere “coloro che sono pari nell’umanità, fratelli. “Se si riconosce nell’altro un fratello, lo si aiuta spontaneamente”. “Il riconoscimento, nel senso della gratitudine, consente il riconoscimento, nel senso di vedere Gesù negli altri. La strada che va da Gerusalemme a Gerico – conclude – è il percorso che va dal sentirsi ‘padroni’ – del nostro Paese, della nostra cultura, del nostro mondo – alla sensazione di pellegrini, stranieri di questo sistema”.

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