Bambini e ragazzi: garante infanzia, “la risposta a baby gang in reti educative e lotta ad abbandono scolastico”

Il fenomeno della devianza minorile è trasversale a tutta Italia. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza è intervenuta a proposito della situazione delle baby gang a Napoli. Lo ha ricordato, oggi, la garante Filomena Albano, nella relazione al Parlamento sulle attività 2018, presentata a Montecitorio. A gennaio 2018 con una nota alle istituzioni l’Autorità garante ha sollecitato “l’apertura di un tavolo permanente, con la partecipazione di minorenni e giovani adulti”. Secondo l’Agia, “qualsiasi intervento non può che partire da una rete educativa che abbia protagonisti gli stessi minorenni e che prenda avvio da azioni rivolte alla promozione dei diritti”. L’Autorità sottolinea “l’esigenza di una mappatura del rischio di devianza, un lavoro di rete tra istituzioni e associazioni e la rilevazione puntuale e tempestiva dei casi di abbandono scolastico attraverso il rafforzamento del raccordo tra uffici scolastici regionali e autorità giudiziaria e il consolidamento dello scambio di informazioni tra tutti gli uffici giudiziari”.
Nella Relazione viene ricordato che “il 2018 è stato l’anno nel quale l’Italia per la prima volta dopo 40 anni di attesa si è dotata di un ordinamento penitenziario per i minorenni. Fino a quella data vigevano le regole destinate agli adulti”. In tema di rapporto tra minorenni e giustizia l’Autorità garante promuove “la mediazione penale, una forma di giustizia riparativa”.
Affidati ai servizi sociali minorili del ministero della Giustizia nel 2018 erano in tutto 21.305 giovani (da 14 a 25 anni), dei quali 18.950 maschi e 2.355 femmine. Nello stesso anno sono stati segnalati dall’Autorità giudiziaria 15.372 giovani di cui 10.770 italiani e 4.602 stranieri. L’Agia ha ascoltato in un ciclo di visite in otto città italiane un campione di circa 80 ragazzi in area penale esterna, vale a dire che effettuano il percorso educativo di recupero fuori da istituti detentivi, a casa o in comunità. Dallo studio di prossima divulgazione, accompagnato da raccomandazioni, emerge ad esempio che “i ragazzi chiedono un linguaggio più semplice nelle udienze e, in caso di persone straniere, la presenza di un mediatore culturale. I giovani apprezzano che il giudice si ponga nei loro confronti con autorevolezza: ‘Ci aiuta a cambiare’”.

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