Usa: vescovi sui migranti, “alzare la voce contro azioni ostili, servono politiche più umane”

(da New York) È l’arcivescovo di Los Angeles Josè H. Gomez, vicepresidente della Conferenza episcopale americana, ad aggiornare l’assemblea dei vescovi riuniti a Baltimora sulla politica migratoria del Paese e sulle scelte fatte dalla Chiesa. Mons. Gomez comincia con i numeri: a maggio di quest’anno sono 84.542 le famiglie arrivate negli Usa dal confine meridionale, ben 30mila in più rispetto a marzo; mentre i singoli migranti arrivati in maggio sono 144mila; in gennaio erano appena 58mila. “Abbiamo bisogno del vostro sostegno, abbiamo bisogno della vostra voce contro azioni ostili verso i migranti e serve impegno a favore di politiche più umane”, è l’appello che l’arcivescovo lancia ai confratelli. Le comunità di El Paso, Rio Grande, Laredo, Yuma, Tucson si trovano a fronteggiare situazioni drammatiche senza ricevere alcun supporto dal governo e “abbiamo bisogno di più volontari” insiste mons. Gomez. Occorrono servizi legali, assistenza umanitaria e soprattutto “serve una tregua” da viaggi sfibranti, minaccie per la vita, miseria. Ai porti di ingresso, gli unici autorizzati a ricevere le richieste d’asilo, le file sono lunghe e i tempi di attesa insostenbili. Ciò che preoccupa la Chiesa americana non sono solo le frontiere, poiché anche i migranti, già stabili nel Paese, si sentono minacciati costantemente da una legislazione che non tutela le famiglie e sta erodendo la protezione dei minori. Anche chi è regolare è penalizzato nell’accesso alla casa e ai benefici sociali, mentre i richiedenti asilo vedono allungarsi all’infinito i tempi processuali che li costringono ad una vita in bilico e all’incertezza costante. La campagna “Share the journey”, voluta da Papa Francesco e condivisa dai vescovi, si è rivelata efficace nelle comunità, ma non altrettanto presso gli organi governativi. Da qui la richiesta di mons. Gomez: “Fratelli, contattate i senatori e incoraggiateli nel sostenere la legislazione a favore dei dreamers (i migranti giunti bambini e ora adulti la cui posizione di residenza è stata congelata, ndr) e dei titolari di protezione umanitaria temporanea che rischierebbero la vita, tornando nei Paesi d’origine”. “Il reinsediamento dei migranti è uno dei modi con cui vivere la chiamata del Vangelo ad accogliere i perseguitati nelle nostre comunità”, ha concluso il vescovo.

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