Fisc: Laschi (Un. Bologna), “non si può continuare a parlare di Unione europea solo per slogan. L’Ue è da migliorare, non da destrutturare”

(dall’inviato a Forlì) “Non si può continuare a parlare di Unione europea solo per slogan”. È il monito lanciato questa mattina da Giuliana Laschi, docente dell’Università di Bologna, nel suo intervento al convengo nazionale della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) che si chiude oggi a Forlì sul tema “Colori d’Europa, le sfide del terzo millennio”. Parlando ai giornalisti dei settimanali diocesani, la docente ha evidenziato “il rischio che la maggioranza dei cittadini europei non si rendano conto di cosa significhi il processo di integrazione europea e non conoscano i diritti di cui possono godere”. Per Laschi, “uno dei problemi principale dell’Italia è la mancata conoscenza dell’Ue, se ne parla spesso a sproposito”. “Molti parlano di un’Europa che incombe, che ci è nemica”, ha osservato la docente, riconoscendo che l’Ue “deve essere riformata e i cittadini devono prendersi in carico il cambiamento”. Ma “è compito dei giornalisti fornire conoscenza di qualità su questo processo”. Perché sulla crescente diffidenza verso le istituzioni europei nel nostro Paese, “c’è una responsabilità politica italiana, l’Ue è stata utilizzata spesso come la pezza con cui coprire i problemi che i diversi governi hanno avuto”. “Restituiamo ai governi la responsabilità delle loro riforme, restituiamo alla politica la responsabilità delle politiche”, l’esortazione di Laschi che ha invitato ad evitare di “continuare a presentare un’Europa patinata, senza affrontare i problemi seri”. A partire da una domanda: “Qual è l’alternativa all’integrazione europea?”. “Ora più di sempre abbiamo bisogno dell’integrazione europea”, ha scandito la docente: “Cosa ci aspetta come alternativa? Qualcuno ha davvero l’illusione che l’Italia sia il centro del mondo?”.
Ritornando alle fasi costitutiva di quella che oggi è diventata l’Ue, Laschi ha ricordato che è avvenuta “una piccola operazione miracolosa dopo la Seconda Guerra mondiale, che è stata il punto più alto della distruzione europea, della divisione tra noi europei”. I padri dell’Europa “hanno avuto la forza di mettersi attorno ad un tavolo, vincitori e vinti per la prima volta, per decidere del futuro dei loro Paesi e del loro continente”. Si è trattato di “un enorme progetto, fortemente creativo”, ha notato Laschi, secondo cui oggi “abbiamo tanta integrazione ma non c’è più un progetto politico che ci veda anche divisi da un punto di vista politico, ma basato su ideali”. I padri dell’Europa “non erano sognatori, erano capi di Stato o di governo con una grande visione politica, con ideali”. E se sembra che “negli ultimi anni stiamo distruggendo tutto”, la docente ha invitato a dire “cosa ha di positivo l’Ue, quanto è costata e cosa perderemmo se dovessimo uscire. Diciamo quello che ci piace, quello che ci ha dato: un posto nel quale la ridistribuzione della ricchezza è più forte del mondo, dove il welfare state è più forte rispetto a qualsiasi parte del mondo. E poi l’incontro delle culture, la parità di genere, la cultura ambientale”. “L’Unione europea – ha concluso – è da migliorare, non da destrutturare”.

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