Comunicazione: mons. Baturi, “non è lecito violare la buona fama per un prurito informativo o per fare cassetta”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

(da Assisi) “È lecito violare la buona fama per un bene superiore comune, ma non per un prurito informativo o per fare cassetta”. Lo ha detto mons. Giuseppe Baturi, sottosegretario della Cei, intervenuto alla seconda giornata del Convegno #ComunitàConvergenti, in corso ad Assisi fino a domani. “La riservatezza appartiene al patrimonio della Chiesa”, ha esordito Baturi citando il tema degli archivi e facendo un “excursus storico”, da Pio XII fino all’attuale Codice di diritto canonico, che al n. 200 parla appunto  di “buona fama”, per “porre barriere insuperabili a difesa della persona umana”: “A nessuno è lecito entrare nell’intimità psicologica o morale di una persona senza averne avuto un libero ed esplicito consenso”, vi si legge a proposito di un tema, come quello della “buona fama”, che riguarda “il rispetto della dignità di ogni persona, anche non battezzata”. “Il problema della buona fama è un problema di comunicazione”, la tesi di Baturi, che si è soffermato sul rapporto tra il “diritto all’autodifesa” e lo scambio dei dati. Il recente decreto generale della Cei sulla buona fama e la riservatezza dei dati, ha spiegato il sottosegretario, “intende dare una articolata regolamentazione al diritto della persona alla buona fama e alla riservatezza, riconosciuto dal canone 200 del Codice di diritto canonico”, tenendo conto della “specifica autonomia della nostra confessione religiosa, i cui dati assumono rilievo pubblico” anche per la società civile, a cominciare dall’iscrizione nel registro dei battesimi.

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