Disabilità: Caputo (Univ. Bari), “indietro sul pensare a dei modelli diversi dal lasciare la casa dei genitori per sposarsi”

“Dobbiamo ragionare sull’intera persona disabile, sul cosa significa essere adulti, e non solo sul come prega un disabile”. Lo ha detto Annalisa Caputo, docente della facoltà di Filosofia dell’Università di Bari, durante il convegno “La comunità generativa. L’accompagnamento della persona con disabilità alla vita cristiana” in corso a Sacrofano (Roma) e organizzato dall’Ufficio catechistico nazionale della Cei. La tre giorni rappresenta un appuntamento significativo per raccontare le esperienze compiute a livello nazionale. “Una persona con disabilità potrebbe non piantare mai i pilastri del matrimonio o del lavoro – ha aggiunto la professoressa che è anche responsabile regionale della catechesi per le persone disabili -. La maggior parte degli adulti che accompagnamo non sono sposati e non lo saranno. I giovani vengono spesso invogliati a fidanzarsi ma questo crea in loro delle aspettative”. Esistono altre possibilità? “Siamo indietro sul pensare a dei modelli diversi dal lasciare la casa dei genitori per sposarsi e avere dei figli. Esistono delle proposte alternative di famiglie o amicizia che non sono un ripiego”. La docente ha proposto dei rovesciamenti della visione della disabilità: “Chiediamoci se noi siamo adulti normali e felici, noi che cerchiamo amici sui social”. In un video, la professoressa ha portato le testimonianze di 22 persone con disabilità mentale che hanno spiegato cosa significa per loro essere adulti. Molti hanno detto di aiutare gli altri in casa e fuori, facendo anche volontariato. “Anche il rapporto con Dio non deve essere più considerato come quando erano piccoli – ha concluso -. La spiritualità può essere coltivata in maniera profonda facendo loro capire che sono amati”.

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