Passione del Signore: p. Cantalamessa, “poveri, esclusi, appartenenti alle diverse forme di schiavitù ancora in atto nella nostra società: Pasqua è la vostra festa!”

Il significato più profondo della passione e morte di Cristo “non è quello sociale, ma quello spirituale”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa questo pomeriggio nella basilica di San Pietro, ha fatto notare che “quella morte ha redento il mondo dal peccato, ha portato l’amore di Dio nel punto più lontano e più buio in cui l’umanità si era cacciata nella sua fuga da lui, cioè nella morte. Non è il senso più importante della croce, ma è quello che tutti, credenti e non credenti, possono riconoscere ed accogliere”. “Se per il fatto della sua incarnazione il Figlio di Dio si è fatto uomo e si è unito all’umanità intera, per il modo in cui è avvenuta la sua incarnazione egli si è fatto uno dei poveri e dei reietti, ha sposato la loro causa”, ha spiegato il religioso: “Si è incaricato di assicurarcelo lui stesso, quando ha solennemente affermato: ‘Quello che avete fatto all’ affamato, all’ignudo, al carcerato, all’esiliato, lo avete fatto a me; quello che non avete fatto ad essi non lo avete fatto a me’”. “Ma non possiamo fermarci qui”, l’invito del domenicano: “Se Gesù non avesse che questo da dire ai diseredati del mondo, non sarebbe che uno in più tra di loro, un esempio di dignità nella sventura e nulla più. Anzi, sarebbe una prova ulteriore a carico di Dio che permette tutto questo”. Il Vangelo, infatti, “non si ferma qui; dice anche un’altra cosa, dice che il crocifisso è risorto! In lui è avvenuto un rovesciamento totale delle parti: il vinto è diventato il vincitore, il giudicato è diventato il giudice, ‘la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo’”. “L’ultima parola non è stata, e non sarà mai, dell’ingiustizia e dell’oppressione”, ha detto Cantalamessa: “Gesú non ha ridato soltanto una dignità ai diseredati del mondo; ha dato loro una speranza!”. Nei primi tre secoli della Chiesa, ha fatto notare il predicatore della Casa Pontificia, la celebrazione della Pasqua non era distribuita come ora in diversi giorni: Venerdì Santo, Sabato Santo e Domenica di Pasqua: “Tutto era concentrato in un solo giorno. Nella veglia pasquale si commemorava sia la morte che la risurrezione. Più precisamente: non si commemorava né la morte né la risurrezione come fatti distinti e separati; si commemorava piuttosto il passaggio di Cristo dall’una all’altra, dalla morte alla vita”. La parola “pasqua”, infatti, significa passaggio: “passaggio del popolo ebraico dalla schiavitù alla libertà, passaggio di Cristo da questo mondo al Padre e passaggio dei credenti in lui dal peccato alla grazia”. “È la festa del capovolgimento operato da Dio e realizzato in Cristo; è l’inizio e la promessa dell’unico rovesciamento totalmente giusto e irreversibile nelle sorti dell’umanità”, ha commentato Cantalamessa: “Poveri, esclusi, appartenenti alle diverse forme di schiavitù ancora in atto nella nostra società: Pasqua è la vostra festa!”.

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