Papa Francesco: udienza, “ognuno ha i propri Getsemani”, “quando nella prova restiamo chiusi in noi stessi ci scaviamo un tunnel dentro”

foto SIR/Marco Calvarese

“Quando entriamo nei nostri Getsemani – ognuno di noi ha, ha avuto o avrà i propri Getsemani – ricordiamoci di pregare così: ‘Padre’”. È l’invito del Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi ha spiegato che “nella prova Gesù ci insegna ad abbracciare il Padre, perché nella preghiera a lui c’è la forza di andare avanti nel dolore”. “Mentre i discepoli non riescono a stare svegli e Giuda sta arrivando coi soldati, Gesù comincia a sentire paura e angoscia”, il racconto di Francesco della preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, dopo l’Ultima Cena: “Prova tutta l’angoscia per ciò che lo attende: tradimento, disprezzo, sofferenza, fallimento. È ‘triste’ e lì, nell’abisso della desolazione, rivolge al Padre la parola più tenera e dolce: ‘Abbà’, cioè papà”. “Nella fatica la preghiera è sollievo, affidamento, conforto”, ha osservato il Papa: “Nell’abbandono di tutti, nella desolazione interiore Gesù non è solo, sta col Padre”. “Noi, invece, nei nostri Getsemani spesso scegliamo di rimanere soli anziché dire ‘Padre’ e affidarci a lui, come Gesù, affidarci alla sua volontà, che è il nostro vero bene”, il monito: “Ma quando nella prova restiamo chiusi in noi stessi ci scaviamo un tunnel dentro, un doloroso percorso introverso che ha un’unica direzione: sempre più a fondo in noi stessi”. “Il problema più grande non è il dolore, ma come lo si affronta”, la tesi di Francesco: “La solitudine non offre vie di uscita; la preghiera sì, perché è relazione, affidamento. Gesù tutto affida e tutto si affida al Padre, portandogli quello che sente, appoggiandosi a lui nella lotta”.

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