Repubblica Centrafricana: dalla brousse a Bangui, protesi vuol dire speranza

(DIRE – SIR) – Gilman un po’ sorride un po’ scuote la testa. Forse non ha voglia di parlare. Le chiedono degli “événements”, gli “avvenimenti”, una parola che qui nella Repubblica Centrafricana significa guai. “Era il 2014 a Bozoum”, la frase che si ferma a metà. Poi nulla: sarà timidezza o voglia di piangere. La storia di Gilman la racconta suor Merveille Mbala, direttrice a Bangui del Centre de Rééducation pour Handicapes Moteurs (Crham), dove la incontriamo: “Un proiettile le aveva perforato i nervi della gamba sinistra. Era stata operata a Bozoum, nel nord, ma ci sono state complicazioni e le è servita una seconda operazione all’Hopital pediatrique di Bangui”. Gilman, di cognome Ocramogo, ha 19 anni. Porta il gesso da tre mesi e non vede l’ora di toglierselo: il 28 aprile, sussurra, finalmente con un sorriso luminoso. Poi comincerà la rieducazione, su quelle stesse passerelle con il corrimano dove la piccola Janet si sta esercitando proprio adesso. Malformazione a entrambi i piedi sin dalla nascita: nel suo caso, conflitto civile e incursioni ribelli non c’entrano. Eppure gli incidenti più frequenti riguardano proprio loro, le vittime dell’ondata di violenze che ha colpito di nuovo la Repubblica Centrafricana a partire dal 2012-2013. “La maggior parte ha ferite d’arma da fuoco o di machete” dice suor Merveille. Con 18 dipendenti, cinque dei quali laureati in Scienze motorie, stipendiati grazie a un contributo dell’Ordine di Malta, il Centre è divenuto un riferimento a Bangui e non solo. I pazienti arrivano anche da Bambari e dalla “brousse”, le regioni di foresta dove gli accordi di pace finora sono rimasti pezzi di carta. Suor Merveille sottolinea che quest’anno servirebbero un’ambulanza e nuove sale per accogliere chi vive lontano e deve completare la rieducazione. Tra i donatori c’è l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), che ha fornito materiale per la costruzione di apparecchi ortopedici. Un contributo, si legge in una targa in bella mostra, volto a “rafforzare la resilienza della popolazione vulnerabile”. Proprio come quello della Croce Rossa internazionale: è dalla Svizzera, il Paese che ospita la sede dell’organizzazione, che arrivano i fogli di plastica dai quali si ricavano le protesi. La maggior parte sono cotte in un forno e modellate poco distante dal Centre, nei capannoni dell’Association nationale de reeducation et d’appareillage de Centrafrique (Anrac). Qui ad accogliere i visitatori è Juvenal Baganito, un ortoprotesista di 25 anni che per specializzarsi ha dovuto andare fino in Togo, a Lomé. Spiega che da quando la struttura è passata di mano, dall’ong Handicap International allo Stato, gli stipendi sono pagati a singhiozzo. “Anche con le protesi dobbiamo arrangiarci” aggiunge, mostrandone una che dalla pianta del piede arriva fin sopra il ginocchio: “Questa costa 100mila franchi Cfa, più o meno 150 euro; il 20 per cento lo mette la Croce Rossa, il resto Medici senza frontiere, Emergency e altre ong”. (www.dire.it)

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