Pastorale universitaria: don Zanchi (teologo), “distacco dei giovani dalla Chiesa rappresenta la più grande profezia, la Chiesa va rievangelizzata”

“Il distacco dei giovani dalla Chiesa rappresenta la più grande profezia. La Chiesa deve essere rievangelizzata”. Lo ha affermato questa mattina don Giuliano Zanchi, teologo e segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo, nel suo intervento al Convegno nazionale di pastorale universitaria “Camminava con loro e spiegava le Scritture. Dopo il Sinodo, sulla via di Emmaus” in corso a Brescia per iniziativa dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei.
Don Zanchi si è soffermato sugli aspetti critici pur consapevole che ci sono anche molti giovani impegnati. “Non ci sono più rapporti significativi tra la condizione giovanile e la Chiesa. Siamo in un momento di grande trasformazione”, ha osservato, spiegando che “la Chiesa, ad esempio, non ha compreso il cambiamento delle ragazze. E la Chiesa era abituata a parlare alle donne per poi parlare agli uomini”. “Viviamo un esodo dei giovani dalla religione nel trionfo del paradigma tecno liberista a matrice consumista. Questo paradigma si è divorato la religione e ha interpretato antropologicamente il senso religioso”, ha proseguito il teologo che ha richiamato le parole di Nietzsche per dar conto del “problema di senso” che viviamo oggi.
Zanchi ha evidenziato anche come la costruzione identitaria sia consegnata alla simbolica consumistica: “Tutto si gioca nel presente; il futuro non c’è. Siamo nella prima civiltà della storia in cui i figli sono diventati i modelli dei padri”. “Oggi – ha aggiunto – si fatica a fare scelte definitive perché non c’è più niente di definitivo. Tutto è precarizzato”. E se “un tempo il senso di disagio sfociava nell’inseguire un mondo migliore”, oggi “il senso di disagio ricerca garanzie individuali per un mondo che si crede non possa diventare migliore”. “Da parte dei giovani – ha notato – c’è un senso di realismo. Ma se i giovani non sognano, la società muore. Se i giovani non sognano, la Chiesa muore”. Secondo il teologo i giovani “hanno bisogno di un accompagnamento. Di qualcuno che indichi loro gli atteggiamenti interiori per vivere bene”. “Qui – ha ammonito – entra in gioco la dimensione sapienziale. Storicamente, però, la Chiesa si è preoccupata più della morale e della dottrina”. “Dobbiamo renderci conto che gli ultimi che vengono a cercare siamo noi”, la constatazione di don Zanchi, per il quale “l’attenzione del mondo giovanile va meritata: qualcuno ti parla se ti ritiene degno delle sue parole”.
“Dobbiamo saper argomentare culturalmente la dignità del Vangelo come forma sensata della vita. Oggi non è più scontato”, ha continuato il teologo, sottolineando come “nel cristianesimo oggi non si intravede più nessuna profezia. Il cristianesimo è visto come insensato. Il punto, però, non è trovare nuovi linguaggi. Si tratta di mettere in campo un lavoro più profondo in cui la testimonianza cristiana deve intercettare le domande della nuova cultura”.

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