Incontro Papa con il clero romano: card. De Donatis, dobbiamo “essere gli amici di Dio”, non esibire “una falsa sicurezza”. Nessuno ha “l’esclusiva”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Dio entra nella vita, non si lascia afferrare né può essere imprigionato in un’immagine rassicurante”. Con queste parole il card. Angelo Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, ha commentato l’episodio biblico del vitello d’oro, uno dei brani letti durante il tradizionale incontro del Papa con il clero romano, a S. Giovanni in Laterano.  “Il bisogno di sicurezza spinge a creare dei modelli, a fissare delle certezze, a definire le cose con precisione”, si legge nel testo della meditazione, inviato poco fa al Sir: “Ma chi segue il Signore deve imparare a cercare incessantemente, a percorrere sentieri che non sono ancora tracciati. Chi sta con il Signore sa solo di camminare con Lui, sa che Egli è fedele e mantiene le promesse, ma non sa mai esattamente per quale strada giungerà alla pienezza della vita. E’ la fatica del discernimento, che è la fatica degli uomini liberi, chiamati da Dio ad aprire nuove strade”. “Questo nostro tempo ha bisogno di pastori che abbiano una fiducia profonda nella guida di Dio”, la tesi di De Donatis: “che non si sostituiscano a Lui, esibendo una falsa sicurezza (spesso una sicurezza nelle proprie capacità o nella propria convinzione di aver chiare le idee) ma che si mettano davvero in ascolto insieme al popolo della volontà di Dio, talvolta misteriosa ed inedita”. Il presbitero, inoltre, “è prima di tutto uno che ha imparato a scorgere i segni della presenza e dell’opera di Dio, anche e soprattutto in un contesto culturale come il nostro, che sorprende e spesso appare ostile o impenetrabile al Vangelo”. “Noi ministri siamo chiamati ad essere gli amici di Dio, coloro che ne distinguono la voce, che riconoscono il suo passo, che sanno rassicurare gli uomini sulla sua presenza, specialmente quando il popolo di Dio si sente abbandonato”, la proposta del porporato ai parroci presenti: “Talvolta il nostro compito è avere il senso paziente dei tempi lunghi di Dio e aiutare gli altri a percepire le cose con questo sguardo ampio. Altre volte potremo aiutare i fratelli a cogliere che una situazione concreta in cui si imbattono contiene una chiamata di Dio che non attende esitazioni, che non sopporta ritardi”. “Non c’è nessuno tra di noi che pretenda di mettersi alla testa del popolo e di dettare tempi e tappe della marcia di tutti”, ha precisato il cardinale: “Non mi sembra che ci sia qualcuno che creda di avere l’esclusiva della comprensione della volontà di Dio. Abbiamo esperienza sufficiente per sapere che siamo peccatori e che da soli siamo anche ciechi. Ma questo apre una stagione formidabile, davvero sinodale, della nostra Chiesa, nella quale, deposta ogni pretesa di autosufficienza, ognuno si mette in ascolto degli altri, di quella luce che il Signore dona soprattutto ai piccoli e i poveri, interrogandosi con onestà e senza filtri su cosa voglia il Signore da noi, dalla sua Chiesa, nel momento in cui le chiede di annunciare con gioia il Vangelo in questo nostro tempo. Vissuta così, da discepoli riconciliati dal suo amore, l’evangelizzazione sarà sempre e dovunque annuncio della misericordia di Dio”.

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