Quaresima: mons. Battaglia (Cerreto Sannita), “entrare nel travaglio della conversione per ridare volto a speranza, fede e carità”

“Il nostro cammino trova il fine e il fondamento nel cammino di Gesù. Se questo entrare” nel travaglio “non è attraversato dalla sete di ridare volto concreto alla speranza, alla fede, alla carità ha solo il sapore del sacrificio e poco quello dell’accoglienza della vita salvata e redenta da Cristo, della storia scelta e amata da Dio”. Lo scrive il vescovo di Cerreto Sannita–Telese–Sant’Agata de’ Goti, mons. Domenico Battaglia, nella sua lettera alle comunità parrocchiali per la Quaresima, che inizia oggi con il Mercoledì delle Ceneri. “Il travaglio e l’inquietudine – osserva il presule – diventano il volto più vero di quella pace che Dio continua a seminare nel cuore dell’uomo. Entrare nel travaglio della conversione significa sapere che il male non è ineluttabile, dentro e fuori di noi, che ci è possibile insieme compiere dei passi che incarnano qui e ora la speranza certa della risurrezione. Non siamo creati per soccombere a regole ingiuste, a logiche di accaparramento, sopruso, prevaricazione, a criteri economici arbitrari e lontani dalla vita concreta della gente reale”.
Mons. Battaglia invita a fare della Quaresima un segno sacramentale di questa conversione. “Entriamo decisamente nel travaglio della conversione attraverso la preghiera aperta ad accogliere il mistero pasquale di Cristo, a lasciarsi interpellare e cambiare, imparando da Lui l’ascolto della storia, delle realtà che viviamo, dell’altro vicino e lontano. Entriamo decisamente nel travaglio della conversione attraverso il digiuno da tutto quello che ci distrae, ci logora, ci svuota, ci disorienta, ci chiude, ci incattivisce, ci rende egoisti. Entriamo decisamente nel travaglio della conversione attraverso l’elemosina, che non è dare il di più che abbiamo ai poveri seduti fuori dalle nostre porte, dalle nostre case, scartati dalla società, ma è dare la propria vita, il proprio tempo, condividere le speranze e i dolori, le sofferenze, il disagio, condividere i beni che abbiamo per vivere”. “Dove non c’è condivisione – conclude – non c’è vita, ma solo autoconservazione, difesa dall’altro, arbitrarietà, preoccupazione di mantenere ruoli e potere, indifferenza e il rischio costante di costruirsi una realtà ‘privata’ e alternativa alla vita vera”.

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