Giovani e lavoro: incontro Ac, Mlac, Gioc. Don Bignami (Cei), “lavorare significa affidarsi, perché esso è fatto anche di limiti e incertezze”

“Ogni ambiente di lavoro ha già in sé un’esperienza di Vangelo. Ogni esperienza di lavoro ha però anche bisogno di maturazione”, ha affermato don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale sociale e del lavoro della Cei, nella sua relazione su “Evangelizzare il lavoro, evangelizzare con il lavoro” al modulo formativo su giovani e lavoro svoltosi ieri al Collegio Spagnolo di Roma. “Il lavoro è fatto di tante sfumature da far emergere”, ha continuato, usando l’immagine dell’equilibrio del pagliaccio (“tra Chiesa che sembra ferma e mondo in movimento”) di don Luisito Bianchi. Il libro dell’Esodo propone un cammino: “Si passa dal lavoro come schiavitù al lavoro come liberazione per l’uomo – ha spiegato Bignami –. Quell’esperienza ci dice che il lavoro va ‘liberato’, rispetto alla domenica, rispetto alla moratoria della produzione di armi e agli interrogativi per chi lavora per questo tipo di aziende”. Proseguendo con i riferimenti biblici, il direttore dell’Ufficio per la pastorale sociale della Cei ha proposto la parabola del Padre misericordioso: “Il secondogenito fa lavori che gli fanno perdere la dignità e il fratello maggiore lavora solo per dovere. Il passaggio da fare è quello dalla schiavitù all’essere figli”. Nell’episodio degli operai dell’undicesima ora “capiamo come Dio agisce”. Anche la mano inaridita dell’uomo guarito da Gesù “propone l’immagine della mano come strumento fondamentale del lavoro quale modalità di realizzazione umana”.
La riflessione del direttore dell’Ufficio Cei per la Pastorale sociale e del lavoro don Bruno Bignami al modulo formativo “Fondata sul lavoro” si è soffermata, ieri, anche sulla biunivocità del rapporto fra Chiesa e lavoro: “La Chiesa deve lasciarsi evangelizzare dal mondo del lavoro. Lo ha detto anche l’ultimo Sinodo dei giovani: nelle parrocchie, i ragazzi non sono solo animatori, ma devono anche vivere la propria dimensione vocazionale che si esprime nella vita lavorativa”. “Lavorare è affidarsi, nella consapevolezza che può trattarsi anche di un’esperienza di limite e incertezze sul futuro”. Benché il lavoro non sia il tutto nella vita di una persona e nonostante ci sia bisogno anche di famiglia, amicizie, riposo, “senza lavoro non c’è dignità, perché la persona non può esprimersi”. Il Magistero di Papa Francesco poi, ha spiegato don Bignami, “presenta il lavoro come prendersi cura, come relazione e creatività”. Ciò implica che “ci si possa sentire parte integrante di un progetto comunitario, anche tra imprenditori e dipendenti”. In prospettiva vocazionale, lavorare è investire sulla propria vita: “Evangelizzare il lavoro significa riscoprirne il senso e lo stile con cui abitarlo”. A un ultimo interrogativo su cosa deve fare la Chiesa per il lavoro, il direttore dell’Ufficio per la pastorale del lavoro della Cei suggerisce: “Essere presenti nel quotidiano e non solo nelle emergenze, fare un discernimento che vada oltre i dati, farsi vicini, dare testimonianza attraverso segni concreti”.

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