Detenuti: Palma (garante), “nell’ultimo anno cresciuti di 2047 unità”

Il sovraffollamento nelle carceri non è una “fake news”: alla data del 26 marzo 2019 su 46.904 posti regolamentari disponibili nei 191 istituti di pena erano presenti 60.512 persone: 13.608 detenuti in più, con un sovraffollamento del 129%. “Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di 2047 unità, con un andamento progressivo crescente e preoccupante, quantunque non abbia ancora raggiunto il livello di alcuni anni fa quando proprio il sovraffollamento portò alla condanna da parte della Corte europea per i diritti umani”. Lo ha ricordato oggi Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, presentando la Relazione al Parlamento 2019, a Palazzo Montecitorio, a Roma. Parallelamente però “il numero di coloro che sono entrati in carcere dalla libertà è diminuito di 887 unità: l’aumento non è quindi ascrivibile a maggiori ingressi, bensì a minore possibilità di uscita”. Questo dato, secondo Palma, “deve far riflettere perché può essere determinato da più fattori: l’accentuata debolezza sociale delle persone detenute che non le rende in grado di accedere a misure alternative alla detenzione, per scarsa conoscenza o difficile supporto legale; la mancanza soggettiva di quelle connotazioni che rassicurino il magistrato nell’adozione di tali misure; o, infine, un’attenuazione della cultura che vedeva proprio nel graduale accesso alle misure alternative un elemento di forza nella costruzione di un percorso verso il reinserimento”. In ultimo,” alle ristrettezze dei numeri del personale – in questo caso di coloro che devono svolgere osservazione e redigere sintesi – che certo non seguono la crescita del numero dei ristretti”.
Il garante ha richiamato l’attenzione del Parlamento su due aspetti. Il primo è che “nel luogo di ricostruzione – o a volte di costruzione – del senso di legalità non possono essere fatte vivere situazioni che ledono la legalità stessa; il secondo che l’attenzione geometrica alla ‘cella’ non deve far perdere il principio che la persona detenuta deve vivere la gran parte della giornata al di fuori di essa impegnata in varie attività significative. Il nostro modello di detenzione continua, al contrario, a essere imperniato, culturalmente e sul piano attuativo, sulla permanenza nella ‘cella’, così vanificando la proiezione verso il dopo e il fuori”.
Tra gli altri aspetti problematici citati, quelli relativi alla presenza negli Istituti di persone con disagio mentale o psichico, la questione della specialità detentiva di coloro che sono in custodia cautelare o in esecuzione di pena sotto il regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, le madri in carcere con i figli, con il caso limite della “morte di due bambini per mano della propria madre rinchiusa con loro in carcere”.

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