Padre Pedro Arrupe: p. Royón (vicario episcop. Madrid), “ragionava e decideva secondo le categorie di Dio”

Il 5 febbraio scorso, nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma si è tenuta la sessione di apertura della causa di beatificazione di padre Pedro Arrupe (1907-1991), preposito generale della Compagnia dal 1965 al 1983 quando la 33ª Congregazione generale accetta la sua rinuncia all’incarico a seguito di una trombosi cerebrale. Muore a Roma, nella Curia generale, il 5 febbraio 1991, dopo quasi 10 anni di malattia. A delinearne il profilo è p. Elías Royón, vicario episcopale per la vita consacrata nell’arcidiocesi di Madrid, nel numero de La Civiltà cattolica in uscita il 2 marzo. Tre, spiega, gli amori che sintetizzano la sua vita: “Gesù Cristo, la Chiesa, la Compagnia”. E il “quarto voto” lo adempie con un servizio “affettivo ed effettivo” al Papa. Accetta gli eventi della sua vita come “colpi di timone” decisivi, inaspettati e radicali di Dio; dopo il Concilio influenza il rinnovamento della Chiesa e della vita consacrata e “non fu sempre ben interpretato né dentro né fuori della Compagnia”. Dormiva pochissimo e pregava molto: per Royón era “uomo di Dio” non solo “perché pregava molto, ma anche perché ragionava e decideva secondo le categorie divine. Da buon discepolo di Ignazio, riconosceva il Signore come la dimensione assoluta della sua vita; tutto il resto era relativo”. Vero “uomo di Dio” e “uomo dello Spirito”. Il suo “contagioso ottimismo” aveva “una forte componente di fiducia nel Signore che guida la storia e nella capacità umana di migliorare le situazioni”, scrive ancora il vicario episcopale ricordando di quando, studente gesuita a Roma, sentì alla radio un’intervista fatta a p. Arrupe che alla domanda “Per lei chi è Gesù Cristo?”, rispose dopo un istante di silenzio: “Tutto”, e aggiunse: “Togliete Gesù dalla mia vita, e questa crollerà come un castello di carte”.

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