Lavoro: per il 50% dei giovani assunti il primo contratto è a tempo determinato

“Nel 2017 l’età media al primo ingresso è di circa 22 anni, nel 55% dei casi si tratta di uomini. Su 100 primi ingressi, oltre 50 si registrano nel Nord, 20 al Centro e 30 nel Mezzogiorno; 80 sono riferiti a cittadini italiani e 20 a stranieri. Il contratto a tempo determinato è il più utilizzato al primo ingresso (50%), seguito da apprendistato (14%) e lavoro intermittente (12%). Solo il 9% avviene con contratto a tempo indeterminato o in somministrazione e il 4% nella forma di collaborazione”. Lo si legge nel rapporto “Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata” diffuso oggi da ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal. Stando ai dati diffusi, nel 2017 vi sono stati 773mila primi ingressi di giovani di 15-29 anni nel lavoro dipendente, parasubordinato e in somministrazione. Essi rappresentano il 35% del totale degli oltre 2 milioni di individui che, nella stessa fascia di età, sono stati interessati dall’avvio di almeno un rapporto di lavoro nell’anno. Il dato risulta in crescita rispetto al 2016 (+28,4%) e in confronto a due anni prima (+34,4%, 198 mila in più). Le professioni più frequenti sono camerieri e assimilati (12%), commessi delle vendite al minuto (8,5%), braccianti agricoli (7,4%), lavori esecutivi di ufficio (2,8%). Nella media 2015-2016, il 54,9% dei giovani entrati per la prima volta nell’occupazione ha un rapporto di lavoro ancora attivo a un anno di distanza. Il tasso di permanenza oscilla tra il massimo del Nord-ovest (60,5%) e il minimo del Mezzogiorno (48,7%). In termini di competenze, se analizziamo soltanto il 2016, la probabilità di avere ancora un rapporto attivo è minore per le professioni non qualificate (45,6%) e più elevata per quelle che richiedono un livello di competenza medio-alto (66,6%). In generale, nel 2017 i lavoratori interessati dall’attivazione di almeno un rapporto di lavoro dipendente, parasubordinato o in somministrazione sono 6,7 milioni, in aumento dell’11,2% dopo la diminuzione del 2016 (-8,3%) e la crescita del 2015 (+8,8%). Rispetto agli anni precedenti, aumenta la quota di contratti a tempo determinato (66,9%, +13,8% rispetto al 2016) e dell’apprendistato (4,8%, +13,1%) mentre diminuisce quella dei contratti a tempo indeterminato (18,6%, -7,0%). Il 64,4% di quanti hanno avuto un’attivazione nel 2014 ha un rapporto di lavoro attivo (tasso di permanenza) a tre anni di distanza rispetto al 57,3% del gruppo osservato dal 2010. La quota di coloro che, entrati con un contratto temporaneo, sono passati a uno permanente risulta superiore per le classi di età più giovani e per la componente maschile, con un divario di genere che tende a diminuire all’aumentare del periodo di osservazione. Permangono forti le differenze territoriali: tra gli entrati con un contratto temporaneo nel 2014, nel Mezzogiorno solo il 18,2% risulta transitato a un lavoro permanente dopo tre anni, contro una quota circa doppia nel Nord-ovest (36%).

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