Incontro abusi in Vaticano: liturgia penitenziale, la testimonianza di una vittima

Subito dopo l’allocuzione, e prima dell’esame di coscienza del Papa, durante la celebrazione penitenziale in Sala Regia, a conclusione della terza giornata dell’incontro sugli abusi in Vaticano, ha portato la sua testimonianza di vittima di abusi un giovane cileno che lavora in Iraq, che subito dopo ha suonato un pezzo di Bach con il suo violino. Francesco – che dopo lo ha incontrato a Santa Marta – ha ascoltato commosso, come tutti i 190 partecipanti. “L’abuso, di qualsiasi tipo, è l’umiliazione più grande che un individuo possa subire”, ha esordito il giovane: “Ci si deve confrontare con la consapevolezza di non potersi difendere contro la forza superiore dell’aggressore. Non si può fuggire a ciò che succede, ma si deve sopportare, non importa quanto sia brutto. Quando si vive l’abuso, si vorrebbe porre fine a tutto. Ma non è possibile. Si vorrebbe fuggire, così accade che non si è più se stessi. Si vorrebbe scappare cercando di scappare da se stessi. Così, nel tempo, si diventa completamente soli. Sei solo, perché ti sei ritirato da un’altra parte, e non puoi o non vuoi ritornare a te stesso. Quanto più spesso succede, tanto meno ritorni in te. Sei qualcun altro, e rimarrai sempre tale. Ciò che ti porti dentro è come un fantasma, che gli altri non sono capaci di vedere. Non ti vedranno e conosceranno mai completamente. Ciò che fa più male è la certezza che nessuno ti capirà. Essa rimane con te per il resto della tua vita. I tentativi di ritornare al sé più vero, e partecipare al mondo ‘precedente’, come prima dell’abuso, sono altrettanto dolorosi dell’abuso in sé. Si vive sempre in due mondi allo stesso tempo. Vorrei che gli aggressori potessero comprendere di creare questa scissione nelle vittime. Per il resto della nostra vita. Più è grande il tuo desidero e i tuoi tentativi di riconciliare questi due mondi, più dolorosa è la certezza che non è possibile. Non c’è sogno senza ricordi di ciò che è successo, nessun giorno senza rievocazioni. Ora riesco a gestire meglio questa situazione, imparando a convivere con queste due vite. Cerco di concentrarmi sul mio diritto divino di essere vivo. Io posso e devo essere qui. Questo mi dà coraggio. È finita ora. Posso andare avanti. Devo andare avanti. Se mi arrendessi ora o mi fermassi, lascerei che questa ingiustizia interferisca nella mia vita. Posso impedire che questo accada imparando a controllarlo e imparando a parlarne”.

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