Land grabbing: Caritas, “numerose violazioni dei diritti umani” a causa del problema della regolamentazione delle multinazionali

L’alienazione di vaste porzioni di territorio nei Paesi più poveri non è un fenomeno recente. Lo sfruttamento agricolo spesso basato su monocolture da esportazione ha caratterizzato una lunga, e per certi aspetti non ancora conclusa, stagione dello sviluppo. Ma questi fenomeni hanno trovato negli ultimi anni delle articolazioni nuove, con la pratica dell’accaparramento della terra (land grabbing). Lo denuncia la Caritas Italiana nel 44° dossier dal titolo “Terra bruciata. Il land grabbing forma di colonialismo” pubblicato oggi in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale: “I casi di deforestazione sono in aumento, le riserve di acqua vengono continuamente inquinate da materiali tossici provenienti dai terreni su cui sono sparsi per renderli più fertili e produttivi, ma riducendo inevitabilmente e drasticamente gli ecosistemi”. Si tratta di iniziative che vengono talvolta promosse come portatrici di sviluppo e di modernità, ma che in molti casi rappresentano un pericolo importante per le popolazioni che su quei territori vivono: in termini di erosione della possibilità di queste ultime di determinare modelli di produzione quando non anche la possibilità stessa di insediamento. Tali rischi sono particolarmente importanti soprattutto laddove i meccanismi istituzionali non permettono una efficace protezione dell’accesso alle risorse delle fasce più vulnerabili della popolazione. Inoltre, “a causa del problema della regolamentazione delle multinazionali sul mercato del lavoro nazionale, si è assistito a numerose violazioni dei diritti umani. Non sono nuovi i casi in cui è stata favorita l’espropriazione delle terre alle popolazioni locali per poter sfruttare quei territori a proprio vantaggio, stipulando anche accordi con gli stessi governi nazionali, che ne hanno potuto trarre profitto”.

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