Vita religiosa: Enzo Bianchi, “presente e futuro si giocano su capacità di accogliere l’umanità sfigurata da cultura dello scarto”

“Una realtà sempre più critica e, a volte, precaria”. Così il fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, nel numero di febbraio di Vita pastorale, anticipato al Sir, si riferisce alla vita religiosa. Una considerazione che nasce “a livello di numeri”, che “tuttavia non sono l’unico parametro di valutazione”. “La diminuzione delle vocazioni ha prodotto un invecchiamento delle comunità. E ha anche creato una povertà umana, non spirituale”. Il riferimento è a una “povertà di forze”, a cominciare dalla “scarsità di persone in grado di essere formatori e formatrici”. È così che, a suo avviso, “la vita religiosa, che è un ecosistema, si impoverisce e si spegne”. Secondo il fondatore della Comunità di Bose, la doppia architettura della vita religiosa, articolata in vita contemplativa e vita attiva, “è crollata con la secolarizzazione e la fine della cristianità”. Inoltre, Enzo Bianchi sostiene che “oggi è l’intera vita religiosa a vivere la mancanza di una teologia rinnovata”. Quindi, “occorre che si metta in ascolto del vissuto ecclesiale e della società. E si domandi quali forme di vita, di testimonianza, e quali servizi sono urgenti oggi in un mondo secolarizzato e post-cristiano”. Infine, Bianchi indica “un’urgenza impellente”, cioè quella di “chiedere se, nelle forme concrete attuali della vita religiosa, il Vangelo ha il primato”. “Oggi, in una società sfilacciata e indifferente, occorre che le comunità religiose si mostrino capaci non solo di ospitalità materiale delle persone, ma di accoglienza spirituale profonda”. “Sulla capacità di discernere e di accogliere l’umanità trasfigurata e sfigurata da una cultura dello scarto – conclude Bianchi – si gioca il presente e il futuro della vita religiosa”.

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