Giornata del malato: mons. Zuppi (Bologna), “nessuno sia scartato perché non perfetto, il dono vera sfida all’individualismo”

“Purtroppo molte volte la malattia è considerata come una colpa, confermata da commiserazione, a volte incomprensione, poca sensibilità. In un mondo del benessere ci si vergogna, quasi ci si deve giustificare, della propria fragilità”. Lo ha detto l’arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi, nell’omelia della messa che ha celebrato, ieri, per la Giornata mondiale del malato, nella basilica di San Paolo Maggiore. Una Giornata che “ci riguarda tutti” e “rivela anche la qualità della nostra fede e delle nostre comunità”. “Nella sofferenza si rivela la nostra fraternità e quanto ci vogliamo bene – ha affermato il presule –, perché non basta una dichiarazione di intenti o una facile verbale vicinanza”. Poi, mons. Zuppi ha proposto un’analogia: “Una madre non lascia mai solo il figlio se è malato, lo difende come può, fa propria la sua sofferenza, lo protegge dalla condizione peggiore della stessa malattia che è la solitudine”. Allo stesso modo “non possiamo accettare che nessuno sia scartato perché non perfetto: cercheremo parole di amore vero non quelle vuote, banali, scontate, che appaiono amare o a volte ridicole, pensando allo strappo doloroso che è la malattia”. Guardando alla sofferenza, l’arcivescovo ha ribadito che “chiede di essere aiutata, di non essere mai lasciata sola, di affrontarne le cause e di trovare le soluzioni, se possibile, di renderla sempre motivo di amore e di illuminarla con la speranza”. “Se la sofferenza non viene accolta e accompagnata non troveremo mai neppure delle soluzioni vere alle cause”. Infine, ricordando il tema della Giornata “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, mons. Zuppi ha evidenziato che “la cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è ‘caro’. Il dono è vera sfida all’individualismo e alla frammentazione sociale, perché la malattia isola, ma l’amore che vince la solitudine è ancora più importante e sentito”.

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