Pasqua: mons. Trasarti (Fano) scrive alle famiglie, “Gesù morì sospeso tra cielo e terra”

“Gesù morì sospeso tra cielo e terra, con le braccia allargate per riunire i figli di Dio dispersi dal peccato che li separa, li isola e che li pone l’uno contro l’altro e contro Dio stesso”. Lo scrive mons. Armando Trasarti, vescovo di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, nella lettera pastorale alle famiglie per la Pasqua 2019. Una lettera in cui si sofferma a riflettere sulle ultime sette parole di Gesù. “Sulla croce guardiamo Cristo crocifisso e risorto – sottolinea mons. Trasarti –. Siamo coloro che devono parlare e rompere il silenzio. È risorto ed allora possiamo avere fiducia, perché sarà con noi fino alla fine dei tempi. Cristo è ancora tra noi come espulso e crocifisso. Il corpo di Cristo viene ancora bandito tra i poveri e tutti coloro che vivono in desolazione. Egli è tra noi come impotente e trionfante a un tempo. Pertanto le sette ultime parole non fanno parte solo del passato di Gesù, di un momento precedente della sua vita ormai superato. Non siamo solo noi che a volte possiamo gridare “Dio mio, Dio io, perché mi hai abbandonato?”. Cristo emette ancora quel grido in noi. Questo volto morto sfida tutti coloro le cui effigi parlano di potere e di dominio”. Mons. Trasarti ricorda che quando Cristo fu ridotto al silenzio, “il Verbo non fu fatto tacere”. “Le sue ultime sette parole vivono – aggiunge – la tomba non le inghiottì, non soltanto perché furono ascoltate, ricordate e scritte. Significa che il silenzio della tomba fu infranto per sempre e che quelle parole non furono le ultime”. Il vescovo sottolinea che “le nostre parole danno vita o morte, creano o distruggono”. “Il punto culminante di questo dramma – spiega – è costituito dalle ultime parole di Gesù in croce. Noi le custodiamo gelosamente, perché in esse è radicata la nostra certezza che le parole umane in verità pervengono al loro destino e scopo supremo. Le nostre parole possono essere inadeguate e a malapena giungere al mistero, ma non sono vuote. In esse vengono di volta in volta toccate le corde del raccapriccio, dello scoramento, della sofferenza estrema, ma anche della pietas e dell’abbandono fiducioso, dell’umanissima sete del Cristo”. “Le ultime sette parole di Gesù – aggiunge – possono piantarsi nella nostra mente e nel nostro cuore e sostenerci qualunque cosa dobbiamo fronteggiare: fallimento, perdita, silenzio e morte”.

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