Suicidio assistito: don Angelelli (Cei), “senza cure palliative non è scelta di libertà. Privare un malato terminale del sollievo dal dolore è condannarlo a morte”

foto SIR/Marco Calvarese

“Se un malato terminale si sente amato e accompagnato non chiede di morire”, mentre privarlo di cure e sollievo dal dolore è come “condannarlo a morte”. Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, non usa mezzi termini e in un’intervista al Sir, a pochi giorni dalla pronuncia della Consulta in materia di suicidio assistito, non vuole sentire parlare di scelta di libertà: “Se non ho un’opzione di scelta – perché lo Stato non mi garantisce cure e sollievo dal dolore, assistenza, sostegno psicologico e familiare, se mi ritrovo a pesare sulla mia famiglia o addirittura mi sento abbandonato e in solitudine – allora comincio ragionevolmente a pensare che morire, ossia chiedere il suicidio assistito, sia la soluzione migliore, l’unica via possibile. Ma che libertà è questa?”. “Se un malato terminale si sente accompagnato e amato, se intorno a sé ha una rete parentale e relazionale non ha motivo per chiedere di morire – insiste –. Privarlo invece di accompagnamento e cura è condannarlo a morire ma non è una scelta, è di fatto una condanna”. E purtroppo le cure palliative per molti rimangono un diritto solo sulla carta. I 240 hospice attivi sul territorio (2.777 posti letto) sono distribuiti in modo molto disomogeneo e due Regioni – Sardegna e Molise – ne sono prive. “In una logica economicistica – spiega Angelelli – l’hospice e le cure di fine vita sono una posta costosa e poco utile”. Quanto alla legge 38/2010 sulle cure palliative, “non è stata finanziata in maniera adeguata. In molte Regioni manca la rete di cure palliative domiciliari”. Il Rapporto sulla sua attuazione presentato al Parlamento riferisce che nel 2017 i pazienti terminali assistiti a domicilio sono stati poco più di 40mila, meno di un quarto delle 170mila persone morte quell’anno per tumore. “Siamo ancora lontani dagli standard indicati dalla norma, eppure le cure palliative sono un diritto del malato. È questo – conclude Angelelli – l’inganno dell’essere liberi fino alla fine…”.

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