Ergastolo: Mirabelli (presidente emerito Corte Costituzionale), “ora una legge che precisi modalità” di applicazione benefici

“Non sono del partito del ‘che guaio’ né di quello che vorrebbe ‘benefici concessi comunque’”. Con una battuta Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, spiega al Sir la sua opinione in merito alla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di rigettare il ricorso dell’Italia, confermando la condanna emessa il 13 giugno scorso quando aveva considerato ammissibile il ricorso avanzato dal detenuto per mafia Marcello Viola. La questione è legata al fatto che per la legge italiana per poter usufruire dei benefici è necessaria la collaborazione con la giustizia italiana da parte del condannato per mafia o terrorismo. “Se questa sentenza apre a un atteggiamento lassista hanno ragione quelli che contestano; se apre a un atteggiamento giustamente rigoroso, ma, tuttavia, quando è provato l’abbandono del rapporto con la criminalità organizzata, dà la possibilità di reinserimento nella società, allora questo è positivo”, chiarisce il presidente emerito della Corte Costituzionale. Per Mirabelli, “non è semplice perché non sono semplici la struttura e i rapporti della criminalità organizzata. Non mancano casi di mafiosi che sono riusciti a tenere le fila della loro cosca dal carcere. È quindi un terreno difficile, ma è un percorso che va fatto. D’altra parte, anche un carcere senza speranza non è coerente con la Costituzione italiana e con la Convenzione europea”. Di qui l’auspicio di “una legge molto limitata che precisi limiti e modalità con cui possano essere provate la non più appartenenza alla criminalità organizzata di stampo mafioso e la non più rischiosità che l’applicazione dei benefici comporta”.

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