Vocazione: mons. Angiuli (Ugento–S. Maria di Leuca), “don Tonino Bello, diventato santo anche trasformando in preghiera incomprensioni e fallimenti”

“Santi si diventa anche con una realtà di incomprensione e di abbandono, come quella vissuta da Gesù”. Lo ha affermato questo pomeriggio mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento–Santa Maria di Leuca, “raccontando” don Tonino Bello – che ha conosciuto di persona, con il quale ha vissuto 11 anni e al quale ha dedicato diversi scritti – al convegno nazionale vocazionale “Come se vedessero l’invisibile”, in corso fino a domani a Roma per iniziativa dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei. “Non si diventa santi in 11 anni – ha esordito Angiuli -, si diventa santi per tutta la sua vita precedente. I gesti compiuti da don Tonino negli 11 anni del suo ministero episcopale – come l’accoglienza delle persone i difficoltà – sono solo l’esplosione di quanto aveva fatto prima”. La sua vita da vescovo di Molfetta, ha raccontato mons. Angiuli, “è stata piena di incomprensioni: i preti locali tentennavano; i politici vennero al primo incontro al quale lui li invitò ma già al secondo si ritrovò solo; nel 1992 con riferimento alla guerra del Golfo vi fu un’incomprensione tanto che il sindaco non andò più alla Messa patronale”. Quali sono i suoi difetti? Mons. Angiuli legge la descrizione che don Tonino fa di sé nel suo diario: “Un impasto di mansuetudine e di ira, di superbia e di modestia, di bontà e di sicurezza, fervore e frigidezza, dissipazione e raccoglimento, slanci e immobilità. Carne e spirito, passioni indomite e mistiche elevazioni, ardimenti coraggiosi e depressioni senza conforto”. “A mio parere – dice – è stato un mistico che ha guardato in profondità oltre la superficie”. E “si è santificato nei 20 anni trascorsi in seminario dedicandosi alla formazione dei futuri preti. Perdendo per quasi 20 anni la sua vita per questi ragazzi”. Anche lui “ha conosciuto la depressione e l’avvilimento, trasformandole in preghiera e richiesta d’aiuto a Gesù”. “La vera santità – afferma Angiuli – è capacità di vivere anche i momenti di depressione e fallimento e di trasformarli in preghiera donandoli al Signore”. Una delle esperienze più profonde – conclude – è il modo in cui “ha vissuto la malattia in una dimensione pasquale della vita. Due giorni prima della morte, nella Messa crismale fece un discorso bellissimo nel quale vedeva la primavera incoraggiando gli altri, lui che stava per morire”.

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