Comunicazione: Fares e Ivereigh, i due “no” e i due “sì” del Papa per essere “buoni comunicatori” in un mondo polarizzato

(Foto Vatican Media/SIR)

Due “no” e due “sì”. Sono quelli pronunciati dal Papa per essere “buoni comunicatori” in un contesto in cui ogni discorso pubblico o privato tende a polarizzarsi. A parlarne – nel numero de “La Civiltà Cattolica” in uscita il 2 febbraio – sono padre Diego Fares, scrittore della rivista dei gesuiti, e Austine Ivereigh, giornalista e scrittore, autore di “Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio”. “Non discutere con chi cerca di polarizzare, e non lasciarsi confondere da false contraddizioni”, i due “no” raccomandati da Francesco, che vanno uniti alla capacità di “dire di sì, più con le opere che a parole, con la misericordia come paradigma ultimo, e dirlo in quel dialetto materno che raggiunge il cuore di ogni persona nella sua specifica cultura”. “La testimonianza e il consiglio di Francesco sono di non discutere in un contesto polarizzato, sia che si tratti di un contesto familiare, con la raccomandazione rivolta ai genitori quando i figli cercano di trascinarli in una discussione, sia che si tratti di discussioni pubbliche, in cui si lanciano accuse cariche di aggressività mediatica, come quelle del caso Viganò”. “Questo atteggiamento di ‘non discutere’ – precisano gli autori – non ha nulla a che vedere con la pace quietista e con il falso irenismo che, secondo la logica della polarizzazione, implicherebbero parzialità o fuga dal conflitto. Niente è più lontano dal pensiero del Papa e dal suo atteggiamento. Non soltanto egli accoglie il conflitto e la tensione come opportunità creative, ma discerne l’azione dello spirito cattivo nel suo tentativo di camuffare la vera contraddizione e di proporre la pace come se fosse un affare e non un lungo cammino”. “Invece di discutere, bisogna discernere”, la linea del Papa, secondo il quale “quando è in atto una polarizzazione, non si tratta soltanto di uno scontro di idee, ma anche di spiriti”, e “lo spirito cattivo, soprattutto in un contesto di tribolazione, cerca di trasformare i dissensi in conflitti”. Quello della misericordia – si legge nell’articolo a proposito del primo “sì” che il Papa invita a pronunciare – è “il paradigma ultimo, il più alto, e la nostra missione è annunciarlo con le opere e con le parole”. Misericordia, scrivono Fares e Ivereigh, “è un cammino che accoglie la tensione e il disaccordo come opportunità per creare qualcosa di superiore in base a una diversità conciliata e al paradigma della misericordia, evitando le trappole mortifere della sterile polarizzazione. È una maniera di dialogare non a partire dai disaccordi, ma ascoltando gli uni i sogni degli altri”.

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