Migranti: Gatti (Open arms), “nave bloccata a Barcellona presto tornerà in mare”. Respingimenti in Libia sono “accordi con criminali”

“Speriamo che anche prima di febbraio la nave possa tornare in mare. Ogni giorno aspettiamo che arrivi questa comunicazione”. Della nave ferma a Barcellona per un provvedimento della Capitaneria di porto – doveva partire l’8 gennaio per una nuova missione nel Mediterraneo – parla in un’intervista al Sir Riccardo Gatti comandante e capomissione di Open Arms.  “Stiamo aspettando i tempi del ricorso e una riconsiderazione da parte del governo spagnolo – spiega -. L’appoggio della società civile spagnola ad Open Arms è forte. Alcuni deputati spagnoli hanno dichiarato che voteranno contro tutte le proposte del governo finché non verranno rilasciate l’Open arms e la nave di un’altra Ong che dovrebbe iniziare ad operare adesso, bloccata l’altro ieri. Io credo e spero che tutto ciò accada prima della decorrenza dei 30 giorni del ricorso, anche perché politicamente non è una scelta molto furba”. Dopo l’ennesima tragedia del mare con 170 morti Gatti evidenzia ciò che “noi denunciamo da sempre: se distruggi un operativo di soccorso in mare come è successo, visto che tutte le Ong operavano coordinate e dirette dalla guardia costiera italiana e funzionava benissimo. La nave Diciotti e Dattilo sono in porto e non le fanno partire, perciò ci sono più morti”. E riguardo alle 393 persone riportate indietro dalla guardia costiera libica ricorda che “dietro la guardia costiera libica ci sono milizie coinvolte nel traffico di persone, fanno quello che vogliono, chiedono ancora più soldi, per le navi, per i carburanti. Hanno già 24 imbarcazioni e dal 21 dicembre l’Italia ha stanziato fondi per comprarne altre 20”. “L’Italia continua a fare accordi con dei criminali – afferma – e riporta indietro le persone in Libia facendo passare questa operazione come se fosse in linea con le Convenzioni internazionali: ma sono menzogne. Perché vuol dire violare il diritto marittimo per riportarle in un posto che non è sicuro. Ci sono un’infinità di rapporti delle Nazioni Unite sulle condizioni in Libia. Le riportano in un inferno. Le persone che salviamo ci dicono che preferiscono morire piuttosto che tornare in Libia. Li abbiamo visti buttarsi in acqua cercando di annegare alla vista di una motovedetta libica”. “La Libia non è un posto sicuro – sottolinea – e tra qualche anno l’Italia potrebbe essere condannata per questi respingimenti o facilitazione dei respingimenti”.

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