Diocesi: mons. Brambilla (Novara), “chi dimentica le radici perde il futuro”. San Gaudenzio “simbolo della memoria della città” e della Chiesa locale

“San Gaudenzio è il simbolo della memoria della città di Novara e della diocesi, che si distende tra i due fiumi, il Ticino e il Sesia, una ‘terra ponte’ tra la Lombardia e il Piemonte”. Lo ha sottolineato mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, nel Discorso alla città, pronunciato, stamattina, durante la Messa pontificale per la festa del patrono, San Gaudenzio. “In un tempo di secolarizzazione spinta – ha osservato il presule – sembrano venir meno i segni identitari, soprattutto quelli religiosi, che sono ancor oggi la sorgente della memoria di un popolo. Allora, parlare del patrono significa ricuperare la memoria di una città e di un popolo. Chi passa lungo l’autostrada riconosce Novara per l’arditissima cupola dell’Antonelli, che corona la basilica di san Gaudenzio. Il patrono è per tutti il ‘simbolo fondatore’ della memoria di un popolo: la sua storia si è svolta nelle passioni e nelle lotte, nelle ferite e nelle vittorie, nel cuore di una città e di un territorio che fa perno sulla sua identità ad un tempo civile e religiosa”.
Sulla facciata di questa basilica di san Gaudenzio campeggia la scritta “Civitatis Novariae”. “Il civis (il cittadino) – ha spiegato il vescovo – non è se stesso solo per l’uguaglianza dei diritti, ma anche e soprattutto per la diversità delle sue radici, che sono differenti tra Milano, Torino, Vercelli e Novara. Per questo ogni frammento della memoria che gli storici ricostruiscono e preservano, non solo per san Gaudenzio, ma anche per l’ininterrotta catena della successione dei 125 vescovi e della communitas novariensis, è una reliquia preziosa, come sono venerabili quelle nell’urna del Santo. Novara è san Gaudenzio e san Gaudenzio è Novara”. Prima di lui “Novara era forse solo un luogo di passaggio tra Vercelli e Milano. Per questo bisogna parlare dell’identità della nostra storia novarese”. “Chi dimentica le radici perde il futuro. La globalizzazione è finita e se non vogliamo vivere la nostra identità, cadendo in campanilismi che dividono, dobbiamo ricuperare un’identità ricca capace di parlare agli altri. Parlare di san Gaudenzio è dire della memoria della nostra città e nella nostra diocesi”.

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