Papa Francesco: udienza generale, “pregare non è parlare a Dio come un pappagallo”

Foto SIR/Marco Calvarese

“Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: ‘Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole’. Qui forse Gesù allude a quella ‘captatio benevolentiae’ che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiera”. Lo ha affermato, stamattina, Papa Francesco, nel corso della catechesi dell’Udienza generale nell’Aula Paolo VI. Il Pontefice qui ha ricordato la scena del Monte Carmelo con il profeta Elia e i sacerdoti di Baal, che “gridavano, ballavano e chiedevano tante cose perché il loro Dio li ascoltasse, invece Elia stava zitto. E il Signore si rivelò a Elia”. “I pagani pensano – ha spiegato il Papa – che parlando, parlando parlando Dio ascolta”, ma “io penso – ha aggiunto a tanti cristiani che credono che pregare è parlare Dio come un pappagallo, no pregare si fa dal cuore, da dentro”, ha osservato a braccio. “Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda. Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il ‘Padre nostro’: basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi”.
“È bello pensare – ha concluso – che il nostro Dio non ha bisogno di sacrifici per conquistare il suo favore! Non ha bisogno di niente, il nostro Dio: nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi. E Lui ci ama tanto”.

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