Turismo religioso: p. Hernandez (Pietre Vive), “nei luoghi sacri testimonianza forte con sobrietà e gratuità”

“Un dialogo tra comunità e patrimonio culturale per un nuovo modo di accoglienza del turismo religioso. Partire dalla testimonianza e dalla sincera partecipazione personale per riuscire a spiegare il profondo significato dei luoghi religiosi”. Lo ha indicato padre Jean Paul Hernandez, docente di Teologia dell’arte alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e fondatore di Pietre Vive, associazione di volontari presenti in tutto il mondo e particolarmente in Italia, intervenendo ieri al convegno “Verso un’identità del Turismo religioso”, in corso ad Assisi, a cura dell’Ufficio Cei. “Fin dalle origini della tradizione biblica il popolo d’Israele riflette sul significato degli edifici sacri e del tempio. Già Israele, molti secoli prima di Cristo, vedeva il tempio come un luogo per ritrovare la propria identità”, ha evidenziato p. Hernandez. Guardando all’attualità, ha segnalato che “il problema della nostra società è l’identità e sapere se siamo figli amati o no, dai genitori, dalla Chiesa, dalla vita”. Padre Hernandez sostiene che “vada recuperata la freschezza nell’accoglienza perché spesso manca”. Poi, ha presentato una serie di esempi concreti di come la Chiesa si dovrebbe porre nei confronti della cultura, “senza nessuna pretesa di evangelizzazione forzata, ma semplicemente ricreando per i turisti l’orizzonte in cui l’opera stessa è stata creata”. “L’interesse ispirativo può avvicinare alla comprensione del bello. Grazie allo studio e alla preparazione dei volontari di Pietre Vive, di solito il sabato dopo un primo momento intimo di preghiera, essi si preparano a ricevere chi arriva con umiltà e spirito di accoglienza”. “Non stanno lì a prenotazione, sono una presenza sincera che aspetta, una Chiesa nella chiesa”. Per padre Hernandez è importante lo stile di accoglienza “come un incontro da persona a persona”. “Non importa se si tratta di turismo religioso, culturale, o se chi entra non viene per pregare, ma che entri”. “Ci vuole un garbo nell’avvicinarli e fare vivere loro un’esperienza spirituale anche se non sono credenti. Ci vuole testimonianza forte sì ma con semplicità, sobrietà e gratuità”.

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