Luigi Sturzo: storici a confronto a cento anni dall’appello “ai liberi e forti”

“Un’esperienza straordinaria non solo per il cattolicesimo politico italiano”. Così Nicola Antonetti, presidente dell’Istituto Luigi Sturzo, ha definito la vicenda del Partito popolare fondato dal sacerdote di Caltagirone a partire dall’appello “ai liberi e forti” che venne diffuso da Roma il 18 gennaio 1919. Lo ha fatto nell’intervento introduttivo al convegno intitolato, appunto, “Ai liberi e forti un secolo dopo”, che si è svolto oggi nella sede dell’Istituto alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sturzo ha saputo “guidare il mondo cattolico verso la piena accettazione della democrazia”, ha detto a sua volta Francesco Malgeri, presidente del Comitato scientifico per le celebrazioni dell’anniversario, ed è riuscito in quegli anni a “saldare” il filone “cattolico-liberale” con il “cattolicesimo sociale” e quello “democratico cristiano”.
Secondo Piero Craveri, i dodici punti dell’appello rappresentano in Italia “la prima organica e compiuta formulazione di un programma riformista”. La concezione della democrazia di Sturzo, ha aggiunto, pur essendo “assolutamente moderna”, assumeva in lui “un afflato quasi religioso”. Per Francesco Traniello è importante soffermarsi oggi sull’appello e sull’esperienza sturziana perché esse costituiscono una sorta di “pre-istoria dell’Italia repubblicana”, in un momento in cui “una coltre d’oblio” sembra coprire “le origini della nostra democrazia”. Traniello ha sottolineato in particolare il tema della libertà religiosa, che ha portato Sturzo a criticare “una concezione panteistica dello Stato” ma anche “le istanze di un potere ierocratico”.

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