Migranti: don Ciotti, “siamo chiamati a lottare per la vita, la dignità e la speranza di tutti. L’immigrazione non è un reato”

“Non ci sono parole. Le parole sono stanche; le abbiamo ripetute, abbiamo alzato la voce e dobbiamo continuare a farlo, ad essere lottatori di vita e di speranza. Dobbiamo continuare a chiedere ciò che è giusto, non dimenticare che i confini in natura non esistono. Sono solo convenzioni. Non si possono chiudere i porti perché le coste del pianeta sono di tutti e devono continuare ad essere di tutti”. È un fiume in piena don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’Associazione Libera, mentre commenta al Sir la vicenda delle navi Sea Watch e Sea Eye bloccate nel Mediterraneo per 19 giorni. A margine dell’incontro, ieri sera presso la Pontificia Università Gregoriana, su “La santità quotidiana” secondo l’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” di papa Francesco, don Ciotti, interpellato sull’appoggio di diversi cattolici al decreto sicurezza, afferma: “Non voglio giudicare gli altri, ma credo che il Vangelo ci inviti ad essere coerenti. Noi cristiani chiediamo a Dio di essere misericordioso, di perdonare i nostri limiti e le nostre fragilità, ma anche Dio chiede a noi di essere misericordiosi, di soccorrere, aiutare, accogliere. Come noi chiediamo misericordia, così Lui ci chiede di impegnarci per ungere di dignità, come dice Papa Francesco, la vita di tutte le persone”. Per il sacerdote, “non si ama Dio se non si ama il prossimo. I comandamenti diventano un invito a essere veri, coerenti, credibili. Non si può respingere la vita delle persone; non si può restare indifferenti di fronte a tutto quello che sta avvenendo sulla faccia della terra”. Di qui un monito: “Siamo chiamati a lottare per la vita che vuol dire lottare per la speranza di tutti. E la speranza non è un reato, l’immigrazione non è un reato”.

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