Emergenza freddo: Molina (Caritas Roma), “nella Capitale manca un progetto, una visione sui senza dimora”. “10 morti da inizio novembre è dato incredibile”

foto SIR/Marco Calvarese

“Da un mese circa è iniziato il piano freddo a Roma. L’unico svolta che c’è stata in questi anni è il cambiamento di nome: da emergenza freddo a piano freddo. Ma siamo rimasti in fase emergenziale”. Lo ha affermato questa mattina Roberta Molina, responsabile dell’Area ascolto e accoglienza della Caritas di Roma, nel corso della presentazione della seconda edizione del rapporto “La povertà a Roma: un punto di vista” ospitata nella Cittadella della carità in via Casilina vecchia. Molina ha iniziato il suo intervento ricordando le parole di don Luigi Di Liegro nella prefazione a “Essere barbone a Roma” che risale al 1987. Poco, quasi nulla sembra essere cambiato lungo i 30 anni trascorsi da allora. “Manca un progetto, una visione sui senza dimora”, ha denunciato Molina, sottolineando che “le risposte non sono adeguate alle complesse situazioni di vita” delle persone che vivono in strada a Roma, quantificate tra le 14mila e le 16mila. Tra i senzatetto della Capitale, “da fine novembre a ieri – ha proseguito – ci sono stati 10 morti, l’ultimo ieri”. “Un dato incredibile – ha ammonito –, che viene dimenticato qualche ora dopo averlo sentito” e invece sarebbe “da lutto cittadino”. “Non è possibile che in una città civile come Roma una persona muoia per una causa banale come il freddo”, ha accusato. Questo avviene anche perché nell’affrontare il problema “tutto va a finire nel grande bacino dei senza dimora, tutti i bisogni e le emarginazioni che il nostro sistema di aiuto non sa differenziare” e verso cui se ci sono si danno “risposte astratte”. Molte sono “persone normali che hanno semplicemente perso il passo”. Ma per loro, “oltre ai centri di pronta accoglienza non esiste nulla”. Invece “c’è gente che ha semplicemente bisogno di lavorare per evitare che le situazioni si cronicizzino”. L’invito di Molina è di passare dal “senza” al “con”, considerare quindi queste persone “con risorse, con potenzialità, con speranza. Ciò porterebbe ad una conversione della risposta” e si troverebbero “soluzioni nuove”. Con queste persone “bisogna ricostruire il capitale umano, che a volte è fragile, debole, perso”. Inoltre, “c’è bisogno di lavoro, perché dove c’è lavoro c’è casa, c’è dignità”. In alcuni casi hanno “bisogno di formazione” ma per tutti affinché possano “ricominciare percorsi di vita” va recuperata “l’idea di una comunità, loro non ce la fanno da soli”.

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