Commercio e sviluppo: Blankenburg e Fortunato (Unctad), “continuano le disuguaglianze, servono politiche redistributive diverse”

“Dalla crisi del 2008 ad oggi la situazione economica mondiale non è cambiata abbastanza. Continuano le disuguaglianze, le stagnazioni dei salari, cresce il debito nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo, per un debito globale totale pari a 247 trilioni di dollari, il 50% in più rispetto al periodo pre-crisi”. È la situazione illustrata da Stephanie Blankenburg, funzionaria dell’Unctad, l’organizzazione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, durante la presentazione oggi a Roma, nella sede di Radio Vaticana, del Rapporto Unctad 2018, intitolato “Potere, piattaforme e la disillusione del libero mercato”. Il rapporto, che verrà diffuso in tutto il mondo alle 17 GMT (ore 19 in Italia), qualifica come “disillusione” quanto avvenuto dopo la crisi del 2008, con pratiche economiche multilaterali e di libero scambio che hanno avvantaggiato solo le grandi multinazionali ma non hanno redistribuito il reddito creando sviluppo, occupazione e crescita salariale, soprattutto nei Paesi emergenti. Anche secondo il collega dell’Unctad Piergiuseppe Fortunato (entrambi in rappresentanza del segretario generale Mukhisa Kituyi, che ha inviato un messaggio perché impegnato in questi giorni all’Assemblea generale dell’Onu a New York), “stiamo assistendo alla più lenta ripresa economica degli ultimi due secoli, che non ha effetti positivi sulle classi più povere”. “Oggi il dibattito è polarizzato – ha osservato Fortunato -: da una parte l’attacco alla globalizzazione su tariffe e dazi, dall’altra il liberismo che produce disuguaglianze. Noi pensiamo che esista una terza possibilità, ossia andare verso il multilateralismo con libertà di scambio e politiche di pieno impiego e crescita salariale”. In un contesto globale “in cui la domanda aggregata non cresce – ha spiegato – bisognerebbe avere una maggiore redistribuzione dei redditi per avere una crescita più alta. L’aumento del reddito solo per i ricchi diminuisce la domanda di consumo dei poveri. Bisogna quindi ripartire da politiche redistributive diverse”.

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