Ecuador: Conferenza episcopale insieme ad altre organizzazioni chiede a presidente Moreno nuove leggi per favorire circolazione legale profughi venezuelani

Si è rivolto direttamente al presidente della Repubblica Lenín Moreno, ieri il presidente della Conferenza episcopale ecuadoriana, mons. Eugenio Arellano Fernández, vicario apostolico di Esmeraldas, nel corso di una conferenza stampa convocata per esprimere il punto di vista della Chiesa ecuadoriana e di vari soggetti sull’emergenza migratoria che riguarda i venezuelani che entrano nel Paese, provenienti dalla Colombia. Il documento letto durante la conferenza stampa, pervenuto al Sir, è una sorta di lettera aperta a Moreno ed è firmato, oltre che dalla Conferenza episcopale ecuadoriana, anche dalla “Defensoría del pueblo”, dalle Missioni scalabriniane, dal Comitato dei gesuiti per i rifugiati, dalla Caritas nazionale e dall’Unicef.

Nel documento si chiede di trovare “una veloce soluzione” per cambiare “le leggi e le norme che stanno bloccando i migranti venezuelani alle frontiere tra Colombia ed Ecuador e tra Ecuador e Perù, aggravando in tal modo l’ammassamento di bambini, bambine, adolescenti e adulti ai passaggi di frontiera”. Si denuncia il fatto che i venezuelani “non possono entrare senza vistare il loro ingresso sul passaporto”, nonostante sia noto che in Venezuela i costi per il passaporto sono molto elevati. I vescovi affermano in ogni caso di gradire la dichiarazione d’emergenza nelle province frontaliere, che ha favorito gli aiuti e i gesti di solidarietà da parte della cittadinanza. Al tempo stesso, si legge nella nota della Cee e delle varie organizzazioni, “proponiamo che il Governo dell’Ecuador guidi l’incontro tra i Paesi bolivariani in modo che ciascuno riconosca per la libera circolazione nei diversi Paesi il documento d’identità usato nel proprio Stato”. In tal modo si eviterebbe che i venezuelani attraversino la frontiera senza documenti, rischiando di subire ogni tipo di abuso e violazione dei propri diritti. I firmatari si rivolgono poi ai giovani, per chiedere loro “di non permettere che nessuno li contamini con posizioni, idee o gesti xenofobi. Voi siete cittadini del mondo”.

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